Notre-Dame

Racconti

16/04/2019

Notre-Dame

 

Basso e curvo, con la manichetta antincendio sulla spalla, provava ad aprire la saracinesca di quell’acqua che avrebbe, forse, potuto attenuare dolore e cronache inutili. In quel paradossale clima ancora umido aumenta lo sforzo, urlando contro l’arte che non riusciva a sentirlo, non poteva sentirlo, lacerata dal rumore delle fiamme, dal crepitio del legno che, anche se non troppo umido, fumava come Roma in tempi antichi. Nella tasca del suo pastrano liso il telefono suona invano, coperto dalle urla quasi umane dei tarli che velocemente vanno a fuoco, insieme ad una guglia le cui fondamenta sembrano i piedi saltellanti che sfuggono al calore assoluto della sabbia in estate, ma laggiù non c’è il mare, solo il male, e quella manichetta non si vuole aprire, e il gobbo sta esaurendo le sue forze.

Nel suo taschino ‘Morandi’ – rispondere? Con una assurda suoneria, nemmeno la sua gobba, che solitamente vibra ad ogni telefonata, si accorge. E lui impotente con la saracinesca chiusa si rende lentamente conto che quell’acqua potrebbe salvare almeno la sua vita. Pochi minuti lunghi come ore lo riportano in storie e rappresentazioni, ma lui esiste, disegnato a matita, un cartone animato e lui ancora in mille persone, più o meno brave. Tanta arte.

Inutilmente la manichetta gli racconta che il calore ne aveva aumentato a dismisura la filettatura e che quindi mai si sarebbe aperta, mai avrebbe aiutato la sua gobba mai toccata dalla fortuna, e Lui, sempre più solo in quell’orrido contesto, si lascia andare, e pensa se davvero avrebbe immaginato così la sua ultima vita, ridendo nervosamente, lontano dalla vita sempre più.

Il telefono smette di squillare, istintivamente lo prende ma non guarda le chiamate, fa il nove uno uno e una dolcissima voce americana risponde, lui però, tronfio campanilista, non ha mai conosciuto l’americano, e nemmeno i turisti lo hanno mai portato a imparare una sola virgola, però ci prova, non certo ad ascoltare, ma a imporre la sua Francia, e in quella moscia raccolta di sillabe vibrate prova a chiedere alla dolce voce americana di una poco magra operatrice del servizio nazionale di sicurezza e intervento, se gli avesse passato almeno una delle torri gemelle, meglio quella che è crollata dopo. Voleva parlare con qualcuno, voleva capire come sarebbe stata la sua fine, come sarebbe diventato il suo tempo, che stava bruciando in quei momenti, voleva capire se il suo mito avrebbe resistito alle fiamme, e poi nulla, la voce calma americana di quell’ossigenata operatrice aveva già chiuso, per lei il mittente della chiamata era francese, troppo lontano per una nuova Normandia, troppo difficile da interpretare.

Quasi rassegnato si fa percorre da un sorriso, il suo viso illuminato sempre più dal fuoco maledetto dell’ingiustizia umana ora non più nell’ombra della sua gobba, in quel modo, sotterrato dalla guglia e arso più velocemente di Giovanna, avrebbe avuto l’ennesimo funerale e la sua fama sarebbe aumentata, pentendosi poco, ormai, per quel fuoco appiccato in un momento di declino, in un momento in cui la storia lo avrebbe dovuto coccolare e cullare ma, distratta, non ha colto i suoi segnali di sofferenza, un po’ come succede quando gli adolescenti si lanciano nel vuoto.

Poi inizia ad arrendersi, si sdraia sotto la guglia, illuminata dalle fiamme vive, sente le travi dei ponteggi ad una ad una cadere in fiamme alla sua base, una maledizione già scritta o forse ancora da scrivere, chissà se mi troveranno o mi immagineranno ancora tra le punte di quel tetto meraviglioso, ora sempre più in bilico tra acqua che appesantisce il fuoco e venature incandescenti secolari, mal trattate, che bella quella visione, da sdraiati se ne coglie ancor di più la magnificenza e la potenza di una cristianità pomposa, che ostenta e impone, che terrorizza facendo finta di abbracciare, che accoglie sfilando dalle tasche ogni avere, che ti rivende sotto forma di spirito, di illuminata serenità, dandoti l’effimera sensazione di avere la chiave di quel paradiso.

Imponente.

E ora lui con quell’accendino Bic da pochi centesimi aveva amplificato il senso di terrore e innescato in quelle fiamme mille e mille posti di lavoro per blateratori improvvisati, che si sarebbero sovrapposti a seriali tuttologi, con la ragione che solo gli anchorman più scaltri gli regalano per contratto. Quasi soddisfatto sente l’inizio del crollo della guglia, si sposta strisciando agitando le braccia come se nella neve potesse fare la figura dell’angelo, lui, maledetto gobbo, si sposta per essere certo di essere centrato, chiedendosi ancora una volta se le sue spoglie le avrebbero riscritte, o mai cercate.

La vie en rouge, pensa ridendo tra quei denti bianchi che riflettono il fuoco e non più il suo senno.

Poi tutto accadde in silenzio, lentamente la guglia trapassa il lacero sostegno e scende, le sue braccia si irrigidiscono, la sua testa sembra ora in asse con la storta colonna e la gobba sembra non esserci più. Pochi istanti silenziosi per lui, che stringe un accendino mentre il peso del fuoco lo annienta.

Poi il suo nulla, e il resto ancora da scrivere.

 

Cesare

 

16 Aprile 2019