Oggi mi sveglio Ciclista

Racconti

19/06/2018

Oggi mi sveglio Ciclista

 

Non vado in Taxi

 

Un bellissimo pomeriggio primaverile, stranamente senza pioggia, ormai le biciclette sono molto leggere, la mia la porto sulla spalla per due piani, acqua fresca nella borraccia, pantaloni corti e maglietta tecnica, luminescente, e il caschetto di protezione, tattico, necessario, spero.

Ma non mi basta, sono tanto rompicoglioni quanto fissato per i particolari, quindi luce che lampeggia anteriore, bianca e posteriore rossa, lo smartphone che segna il percorso, la fatica, le salite e la velocità in discesa, statistiche perfettamente inutili, alla fine sono comunque le gambe che, se lo hanno fatto, hanno segnato qualunque sforzo.

Sono pronto, a Sassari abbiamo una discutibile pista ciclabile, e io ho voglia di pedalare.

Start, l’applicazione inizia a segnare la mia fatica, sul sellino ho un impostazione impeccabile, come quella di un bibliotecario su un paracadute che non si apre, e inizio a pedalare, che bello sarebbe stato se la pista ciclabile fosse davanti al mio portone, poi penso al posteggio, e mi calmo ancora prima di agitarmi. In strada, sono in città, in bicicletta, in strada, mi fermo quindi allo stop, dopo appena sei metri, che ho fatto finta, in discesa, di percorrere pedalando. Un clacson, due, uno dietro che sbraita, come se io non potessi, non dovessi esistere in quel contesto, davanti a lui, con tutta la pista ciclabile che c’è a Sassari, io perché devo pedalare in città, e non mi metto il suo problema, l’altro clacson è di una anziana automobilista che, anche se son fermo allo stop, sbraita, forse ha paura che io possa, distrattamente uscire dallo stop e distruggerle la sua datata Fiat Seicento color Fiat Seicento datata.

Mi rassegno, mi sa che i clacson saranno una costante nel mio percorso.

Secondo incrocio, e finalmente la pista ciclabile, che bella, lillà, come la canzone della sedia, ialilalilalà, tocco ferro, inquietante coincidenza di colori e musica. Inizio il mio percorso in salita, la pista in questo tratto è da condividere con i pedoni, la segnaletica parla chiaro, allora inizio a scampanellare, c’è un sacco di gente, ma non per pretendere di passare, scampanello solamente per cercare di ottenere uno spazio che non mi costringa a fermarmi, semplici regole di condivisione di pista lillà con pedoni rosa, e un ciclista già rosso.

Mi rendo conto che scampanellare è inutile, la maggior parte di quella gente ha gli auricolari e non sente, altri son vecchi e ovviamente sordi, altri se ne fottono, si girano, mi guardano, guardano in terra, mi riguardano, quando forse stanno per capire che ci deve essere una condivisione su quel lilla, allora io mi son già dovuto fermare, e ripartire in salita, arrossato dalla fatica, ma felice di essere a contatto con la natura.

Natura lilla.

Arrivo a fatica, dopo essermi fermato sei volte in cento metri, dove la pista è interamente dedicata alle biciclette, dove c’è un marciapiede immenso per i pedoni, che bello! Inizio a pedalare allegramente, poi, dopo pochissimi metri, la fermata del tram, cambio di controllori, fila di macchine che suonano il clacson, gente nella pista che aspetta di poter salire sul tram, o bus, vecchine che aspettano il prossimo bus, o tram, e tutti indiscutibilmente sulla mia pista ciclabile.

Scampanello, nulla, sordità e musica mi costringono a vari stop, qualche bidone della raccolta del vetro tra i bar, qualche fioriera immensa che invade leggermente la pista, e qualche pianta di quella fioriera che invade decisamente la pista. Bisticcio con un genio che si lamenta che il marciapiede è pieno di buche e che la sua anziana madre, da lui scortata come un soldatino dell’antica Roma, non andrà mai sul marciapiede, e resterà nella pista ciclabile. Mi rassegno dopo averlo mandato a quel paese, quello senza marciapiede, senza pista ciclabile, quel paese dove lui e la sua mamma non potrebbero uscire nemmeno di casa per via delle buche nello sterrato. E sorrido immaginando quale paese possa essere, e dopo un elenco corposo di paesi che conosco personalmente, riprendo a pedalare.

Faccio tutta la via, quella che era un autostrada, semafori compresi, in settantatrè minuti, dopo seicentoventitrè scampanellate, dodici vaffanculo, trentatré ‘ma che cazzo vuoi?’ Milleduecento chilo calorie di tensione nervosa.

E arrivo lontano, dove il pedone è raro, in un quartiere spopolato dalla categoria, e accelero, velocissimo, felice della mia bicicletta, felice del mio pedalare sereno.

Carabinieri, università, ippodromi senza cavalli e corridori senza ippodromo, tutti sulla mia pista ciclabile, che per fortuna è diventata nero asfalto.

Scampanello inutilmente, inchiodo le ruote, evito corridori che camminano, e camminatori che passeggiano, riprendo a pedalare, veloce, frustato dal vento e, cazzo, dai rami di due ulivi, cado, vado all’ospedale, mi medicano, mi dimettono, riprendo a pedalare, felice e medicato.

Accelero, guardo in terra, gioco a seguire la pista ciclabile con un occhio al futuro di quella nera pista, un palo della luce, davanti ai carabinieri, nel bel mezzo della pista, lo prendo in pieno, mi fracasso, i carabinieri mi portano all’ospedale, mi medicano, riprendo a pedalare, con qualche fascia in più. Felice, felice ma non felicissimo come prima.

Arrivo davanti all’ospedale, questa volta pedalando, nera la pista, la osservo mentre velocemente scendo percorrendola, un ramo bassissimo, poco più in giù dell’ingresso dell’ospedale mi rovina la faccia, il caschetto, cado direttamente dentro lì ospedale, mi medicano, riprendo a pedalare, ma questa volta faccio viale Italia in direzione dei giardini. Vedo dei paletti storti, paletti che ho ripetutamente segnalato sia alle pattuglie dei vigili sia ai vigili di pattuglia in bicicletta, ma loro con la pedalata assistita, furbi loro. Evito i primi paletti, ma so che ce ne sono altri, sono nel senso della mia marcia, o pedalata, o corsia, e cercando il termine giusto, la parola giusta, arrivo agli altri paletti, pericolosamente piegati all’interno, dentro la pista ciclabile, e mi sfracello, rovinando in terra, senza nemmeno ammaccarli. Vado all’ospedale, mi curano, mi medicano, chissà chi paga le mie cure, chissà chi mi paga quando farò causa al comune, ah… io, anche io, tutto torna quindi, e più tranquillo, ma mezzo morto, arrivo a casa, pedalando male, con la bicicletta che sarà ormai solo un oggetto  che i vari periti delle assicurazioni ispezioneranno, poi la regalerò ai ladri di biciclette.

E giuro.

Domani mi sveglio pedone!

 

Cesare

 

19 Giugno 2018