Acido

Racconti

11/06/2018

Acido

Stanco, mi definivo stanco, ma in realtà a me stesso stavo nascondendo uno stato di malessere emotivo che non riuscivo a definire, e soprattutto lo nascondevo agli altri. Scelgo la via più comoda, vado via da lavoro, la responsabilità sugli altri è un macigno sulla testa e preferisco sviarla, ma forse la sto solo prendendo in giro. Non sto dormendo, quasi per niente, da sveglio in compenso faccio di tutto, tutto quello che si può fare davanti alla Tv, con un telecomando e un insonnia più forte della stanchezza accumulata notte dopo notte. I documentari si susseguono, la natura, la tecnologia, la società, cinesi che mangiano gamberi, i gamberi che risalgono i vitigni, mega costruzioni e ragni giganti, hitler e i suoi nascondigli, e io che ho fame e sete di tutto, non mi pesa stare sveglio, crollo solo quando, stremato, la pubblicità più noiosa me lo permette.
Ho comunque deciso, me ne frego, e vado via.
La macchina procede silenziosa, la temperatura è gradevole, non vedo l’ora di arrivare a casa, un mezzo pomeriggio inoltrato libero me lo sono meritato, me lo devo. In pochi minuti imbocco la stradina, asfaltata da poco, e tra nemmeno un centinaio di metri metterò la freccia a sinistra e, come un traguardo, vincerò il mio riposo varcando il cancello di casa.
Guardo il viale, guardo in alto, il sole inizia a sfiorare i pini alti del viale, manca davvero poco al cancello di casa, penso al suo telecomando, un pensiero distratto e meccanico, che scompare all’idea di una fresca coca cola, senza ghiaccio, ultima semi curva, una macchina nella stradina, sono rare le macchine in questa stradina, e taciti e silenziosi accordi, come altrettanti accennati ringraziamenti, portano chiunque si incroci a calcolare il punto più comodo per accostarsi, e fare passare l’altro mezzo, e viceversa fanno gli altri, eh si, il dito opponibile dell’essere umano serve, anche se in realtà non ho mai visto animali scontrarsi tra loro, e dubito per un istante anche dell’evoluzione della specie umana.
Un pessimismo che non mi voglio permettere in quel pomeriggio inoltrato, sto per arrivare a casa e riposare.
Un po’ credo di essermi cercato quello che, solo un istante dopo quel pensiero, è accaduto; la macchina non fa nessun accenno di rallentare, o cercare un posto dove poggiarsi di lato, io invece avevo già raggiunto un terrapieno dove far sparire metà macchina per far passare quello… quello stronzo, che passa velocemente, non ho tempo di nulla, di urlare il mio disappunto, di guardarlo male, di vedere che espressione aveva quell’uomo, perché ho solo visto che era un uomo, solo un uomo.
Dopo pochi istanti, sbraitando nel mio pensiero, riparto, ero a pochi metri dal mio paradiso, quel paradiso con il viso da coca cola, con le sembianze di sedia a sdraio, quel paradiso sotto gli alberi, coccolato da uccellini che cinguettano.
Ma la tensione mi irrigidisce l’animo, e il preludio alla serata perfetta svanisce in un istante, quel tipo poteva essere chiunque, e chiunque oggi poteva essere un pericolo, mi irrigidisco ancora di più a quel pensiero, metto la freccia, nervoso, e mi rendo conto che un ombra si stava avvicinando al finestrino, era lui, quell’uomo senza volto. Accade tutto molto in fretta, troppo in fretta, quell’uomo si deve essere fermato subito dopo e, sceso dalla sua macchina, tornato indietro a piedi velocemente per, quello che scopro nello stesso istante in cui premo il pulsante del telecomando del cancello, acido, un vasetto di acido, maledetto finestrino aperto, ma con quel tempo non lo avrei mai potuto chiudere, lascio il volante e cerco di riparami il viso, le mani cercano di coprire occhi, istinto di conservazione, gli occhi chiusi, la speranza che le mani diventino grandi quanto delle pale per le pizze, e la speranza di non lasciare la carne all’acido. Un istante, solo un istante, non vedo più nulla, la macchina va da sola, maledetto quell’uomo, che cosa vuole dalla mia vita, perché oggi si arriva a tanto solo per un incastro in una via troppo stretta per permettere l’anonimato del percorrerla.
Contemporaneamente spero che almeno quell’uomo scappi via, colpevole della mia ingenuità, spensieratezza e predisposizione al sorridere a tutti, forse avrei sorriso anche a lui se avesse rallentato, ma no, non posso pagare l’unica volta che non sorriso, terrorizzato, in quell’istante interminabile, aspetto del dolore, non controllo gambe e piedi, solo braccia e mani, e il guscio che ho cercato di chiudere tra me e quell’acido, tra me e quell’uomo è immobile, nessun dolore, nessun acido, nessun uomo.
Ancora incredulo resto immobile, nell’abitacolo con quel finestrino abbassato, il mio, sulla stradina nessuno, quell’uomo sarà già all’incrocio, il cancello inizia a richiudersi, la macchina poggiata violentemente al muretto, quasi dentro il cancelletto per i pedoni, ammaccata.
Scendo dalla macchina, quasi incredulo guardo e ascolto la strada, nulla, possibile che mi sia sognato tutto? Ma la macchina era ammaccata, il muretto del cancello segnato, il terrore dell’acido così reale e la mia reazione era tanto istintiva quanto pazzesca.
Cerco di riprendermi, porto la macchina dentro, sento un meraviglioso profumo di torta, domani sarà il mio compleanno, frigo, coca cola, raggiungo la sdraio, sento gli uccellini che provano ma calmarmi, a rilassarmi. Guardo la coca cola, non riesco ad aprirla, ma non per mancanza di forza, anzi, sono teso, ancora molto teso.
Un pensiero risolutivo, inizio proprio con la coca cola, via la caffeina, via i caffè, sperando che sia quello l’inizio della risoluzione dei miei problemi.
Quella notte ho dormito come un bimbo.

Cesare

11 Giugno 2018

 

A seguire, seconda puntata:

 

Il Citofono

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