Nell'angolo

Racconti

23/02/2018

Nell’angolo
 
Era nell’angolo e contava le persone morte, freddo il suo pavimento, le braccia a contatto con i lati dello spigolo, il mento in quella posizione anomala che guardava l’intersezione tra i novanta gradi dell’angolo e lo spigolo che saliva all’infinito, e contava, e contava. Ed io, col pavimento lontano dalla mia vita non riesco nemmeno a vedermi i piedi, ma sento di non aver le scarpe, e nella mia prospettiva triangolare vedo la fine dello spigolo che lui guarda. Ogni angolo è pieno del conteggio di quei morti, ogni angolo è tutto, e comprende tutto, senza però contarlo, quel tutto.
E lui, progressivamente continua imperterrito, meccanicamente ad aumentare quel conteggio, ma chi muore in quel suo contesto, io non lo vedo, troppo lontano, troppo in fondo, lo sento solamente, una nenia progressiva, interrotta solamente dalle prefiche che quei morti li urlavano. Ma dove sono, e dove è lui, e chi continua a morire in quel conteggio?
Basta, mi devo risolvere, e urlo, urlo così forte da sovrastare quel conteggio irriverente e far vergognare le prezzolate urlanti, che vanno via aggiungendosi al conteggio dei morti, morte. Non sono nell’incubo, non sono nella dimensione anomala che aspetta la normalità, non sono però nemmeno inutile, ma lui si, inutile pallottoliere di vite scomparse, e allora capisco, in quel conteggio c’è stasi, fisicità e materialità, resta qualcosa di fisico che tutti possono vedere, e lo scandire del conteggio, e il numero stesso, sono il tributo per ognuno che va via, vedo e capisco le prefiche appena morte che nel pallottoliere sembrano giocare a rotolare su quell’asse.
E allora capisco, e posso morire sereno, mai dimenticato, e aspetto il mio numero, e mi faccio piccolo per tornare grande, eterno, come tutti, e posso serenamente sorridere a quel sempre più vicino e freddo personaggio che conta le persone morte.
 
Cesare
 
23 Febbraio 2018