Il mare al fiume

Racconti

28/11/2017

Il mare al fiume

 

Il mare risaliva verso il fiume, cercando la montagna e la sorgente, e stava diventando normale quel fenomeni innaturale, come quando si leva la vita ad un altro essere umano, e i pesci del mare vicini alla foce cercavano di non venir risucchiati, non avrebbero sopportato la mancanza di pressione, quella del monte dove nasce il fiume, ma solo le piante rimasero attaccate al fondale, come quando si resiste ad un evento chiudendosi in casa e negando che quell’evento non stia accadendo.

E l’uomo che aspettava che il cadavere del nemico sul fiume si rese conto che il nemico era a monte, e non a valle, e terrorizzato si rese conto che il nemico non sarebbe mai potuto passare. Ma quella faida doveva terminare. La sua calma e la sua serenità, la sua ragione quindi doveva soddisfare quel proverbio, quella atavica realtà, poi pensò, nell’istante in cui il fiume cambiò la sua gravità, a quanti cadaveri avesse mani visto in quel fiume. Nessuno.

Prese il suo smartphone e mandò una email alla sua lista di conoscenti che vivevano vicino ad un fiume, trecentoventitrè persone, chiedendo se il loro fiume avesse invertito il suo corso e se avessero mai visto cadaveri di nemici, tap, inviata, ed ai seguenti sei minuti di silenzio seguirono in rapida successione trecentoventitrè email piene di no, punti di domanda, notifiche di inserimento della sua casella nello spam. Poca la confidenza con quelle persone.

L’uomo, dopo aver appena contenuto l’orrore nello scoprire che il suo nemico non sarebbe mai passato di la, iniziò a considerare dove quell’acqua sarebbe finita, tanto, troppo il volume del fiume alla foce, e nel suo percorso, trenta chilometri e duecentotrentatrè metri di fiume che risalgono fino alla sorgente cosa avrebbero provocato? Di nuovo terrore, incontrollabile questa volta, per i vari scenari prospettati, il mare, l’acqua, è un elemento naturale davvero potente, come poteva contrastarlo?

Senza risposte iniziò a immaginare gli altri elementi della terra, la terra stessa poteva essere la soluzione, ma in quel caso probabilmente ne era la causa, le foglie degli alberi però quando si staccavano non salivano verso l’altro, e lui stesso aveva lo stesso peso di sempre, e lo constatò alzandosi e saltellando. Il fuoco non avrebbe mai fatto evaporare l’acqua che risaliva, inesorabile, verso la fonte, l’aria non avrebbe potuto nulla, se non trasportare il freddo e il gelo e ghiacciare tutto il fiume, ma era autunno, troppo presto.

Iniziava a rendersi conto che il suo nemico lo avrebbe eliminato.

Iniziava a capire che il fiume era solo la metafora del suo passato, e si spogliò, e si getto nel fiume.

Non sapeva nuotare, ovviamente, non aveva mai imparato, nessuno glielo aveva insegnato, e non si era mai posto il problema, risalendo velocemente il fiume insieme ai pesci, beveva , e beveva, e sentiva la sua vita sempre più invasa da quell’acqua, con poca aria, poco tempo, poca sete ormai di vendetta, il suo nemico passeggiava ai bordi del fiume, il fiume che risaliva alla sorgente, ma a lui quel fenomeno non lo preoccupava, era lui che lo aveva generato, e il suo vecchio amico, che ora lo considerava una maledizione, si stava avvicinando sempre più a lui.

Ma lui, asciutto, aveva solo voglia di pescare, le reti infatti si stavano riempiendo, tra poco avrebbe schioccato le dita e il fiume sarebbe nuovamente sceso verso il mare. Il suo vecchio amico intanto boccheggiando, cercando secondi di vita, stava per raggiungerlo.

Finalmente si sarebbe risolta quella controversa situazione tra loro.

I due uomini, vedendosi, rimasero impassibili, l’uomo non schioccò le dita per invertire il corso del fiume, ma batté le mani per fermarlo, entrò in acqua e salvò il suo vecchio amico, l’altro, dopo essersi ripreso degnamente, seduto di fronte all’altro,  sorrise, finalmente non era morto, aveva frainteso tutto, i due si abbracciarono, senza mai parlare, e si giurarono amicizia eterna.

Facendo il più grande errore della loro vita, procrastinando discussioni che avrebbero forse risolto, ma dolorosamente, una situazione che da sempre li aveva logorati, ma il loro orgoglio, la loro inutile potenza caratteriale li aveva sempre portati a mantenere la loro posizione, ragione, la loro inutile fierezza.

Due anni dopo si uccisero in un duello, avvelenandosi, convinti di essere immuni qualunque veleno, assaggiando come un vecchio re tutti i veleni conosciuti, ogni giorno, fino a diventare immortali a qualunque veleno, ma entrambi nell’ultima boccetta che si scambiarono non considerarono di aver messo il veleno peggiore esistente, quel veleno spremuto dall’orgoglio, la paura di aver torto, l’arroganza di aver ragione.

Morirono soffrendo, senza avere il tempo di capire perché, senza la speranza di aver insegnato a qualcosa a qualcuno, morirono come erano vissuti, e fortunatamente dimenticati da tutti.

 

Cesare

 

28 Novembre 2017