La sedia

Racconti

23/11/2017

La sedia

Ho scritto di una sedia, era una sedia semplice, di un bel legno, un bel color legno, si, con quattro gambe robuste, per reggere il tempo, e un sedile quadrato, piatto, non doveva essere comoda quella sedia, perché doveva servire ad aspettare, non a riposarsi.
Ho scritto di quella sedia perché sedermi su una sedia scritta da me sarebbe stato molto meglio, so che se un altro avesse scritto di quella sedia mi ci sarei trovato male. Invece dovevo sedermici io, e aspettare.
La sedia aveva uno schienale leggermente curvo e di legno sottile, appositamente per non invogliarmi a spingere all'indietro lo schienale e dondolarmi.
Su quella sedia non mi ci sarei dovuto dondolare, l'unica cosa che forse avrebbe dondolato sarebbe stato il mio pensiero, una volta seduto sulla sedia.
Scrivendo della sedia stavo molto bene, tanto ancora non mi ci sarei seduto fino a che non avessi finito di scrivere di quella sedia in tutti i suoi dettagli, ma sapevo bene che una volta seduto, sarebbe successo qualcosa di indescrivibile.
Il fondo delle gambe della sedia non le ho scritte con il velcro incollato, o con i classici e moderni gommini, col velcro avrei evitato il rumore dello spostamento, con i gommini avrei evitato che scivolasse, e invece il fondo l'ho lasciato in legno, perchè su quella sedia ogni spostamento, una volta seduto, doveva essere un rumore fragoroso, fastidioso, da evitare.
Nel sedile non ho nemmeno smussato gli angoli superiori, perché se mi fossi rilassato, una volta seduto, quegli angoli smussati non avrebbero segnato le mie gambe, senza quindi costringermi a stare in una posizione consona alla sedia e al suo unico scopo, stare seduti ad aspettare.
Era una sedia molto semplice, ma ho scritto di quella sedia cose se fosse la poltrona del re, ho sempre scritto delle mie sedie, tutte comode, moderne, spaziali e costosissime, adesso quella doveva essere l'ultima, la migliore, la più forte e la più dolorosa.
Continuare a scrivere della sedia mi farebbe solo rimandare, ora devo sedermi.
Mi siedo, finalmente, scomodo, come mi aspettavo, e sorrido, e ho gli occhi lucidi, perché finalmente so che sto aspettando. Non guarderò mai indietro, ho lasciato la penna che ho usato per scrivere della sedia, ho lasciato la voglia di sedermi comodo, no, non mi girerò, ora sono seduto, e aspetto, finalmente, con una sensazione di impotenza e confusione, mai aspettare è stato così per me. E ora i pensieri sulla mia sedia partono dalla pancia e arrivano a lucidare gli occhi, facendoli brillare, perché mai aspettare è stato così bello.


Ti aspetto.

Cesare

23 novembre 2015