Sussulti di globalizzazione

Racconti

31/10/2017

Sussulti di globalizzazione

 

E tenevo la testa ferma, immobile, con la preoccupazione che la forza di gravità potesse sconciare i giochi, era tutto così assurdo, ma era comunque così, ed ero sveglio, non solo aveva funzionato la prova del pizzico, ma anche quella del mignolo sullo spigolo era andata bene, insomma, proprio bene non direi. La testa, pazzesco, i miei occhi, il mar nero e il mar tirreno, e del freddo in testa, e il sudore aveva la consistenza della pelle, e la barba lunghissima nascondeva africa del sud e mento. Avevo il terrore di urlare, oltre che di muovermi,  i monsoni nell’orecchio sinistro, quello a levante, mi impedivano di pensare e l’altro orecchio in mezzo al mare era, o almeno io lo sentivo così, completamente pieno di oceano. Urlando avrei ingoiato gran parte dell’africa oppure la avrei spinta oltre quell’assurdo centro di gravità che doveva essere il punto più interno della mia mente, forse dietro il setto nasale, ma più in dentro, era tutto così impossibile, e allora ho iniziato a piangere, in silenzio, mischiando le lacrime al mare, impotente, imbarazzato in quella situazione che non concepivo, alla quale non riuscivo a dare nessuna giustificazione, nessuna realtà. Guardando in basso non vedevo i piedi, ma li sentivo, le mani potevano percorrere il corpo, almeno fino alla parte alta delle gambe, e davanti, fino al cavallo dei pantaloni, e dietro, per un solo secondo, smettendo di piangere, ho pensato che almeno sarei riuscito a fare la pipì, per poi rendermi conto dell’inopportunità di quel pensiero, e ho cercato di finire le lacrime, completamente, ma solo per avere la serenità di ragionare su quel tutto, su quella assurda realtà. L’ambiente, luminoso ma asettico, privo di forme e di colori, restituiva al mio sguardo la malinconia del neutro, non uno specchio, ne un materiale su cui riflettermi, e allora insistevo sul mio sguardo, ma quale sguardo, dovevo essere un mostro con la testa a forma di mondo, o mappamondo, e quanto era sproporzionata la testa, la palla, la sfera, e perché l’acqua non scendeva giù liberandomi da quella situazione? Nessuna musica, solo un nulla immobile e silenzioso, come me, allora decido, mi siedo, voglio vedere le gambe e i piedi, e l’unico modo è sedermi in terra, o in qualunque cosa mi stia reggendo in quel momento, in quel luogo, lentamente mi inginocchio, e quando arrivo con le mani in terra mi rilasso, mi piego con il bacino su un fianco e poi mi siedo, allungando gambe e piedi finalmente mi vedo almeno i polpacci e i piedi. Sono scalzo, ma ho dei pantaloni, di un tessuto che non conosco, ma io non mi intendo molto di tessuti. Ma allora di cosa mi intendo? Cerco la mia risposta in quella domanda, cerco la causa di quella situazione in quella domanda, dunque, sono uno sportivo o uno studioso? Un uomo di cultura o uno sbandato vittima della droga? Sono un insegnante o un sommozzatore? Non ho nemmeno una risposta, ma già l’avere tante domande mi rasserena, sono più o meno presente a me stesso, e nel più incosciente ottimismo poggio i palmi delle mani in terra e cerco di dare tregua ai pochi muscoli martoriati dal terrore del movimento. Cerco di capire se respiro, o se sono solo un oggetto e gambe e muscoli e sudore siano reali o solo l’abitudine che probabilmente avevo prima dell’accaduto, di ora, prima di questa situazione assurda, non respiro, e quando mi pizzico sento dolore, e quando sento dolore lacrimo, e quando lacrimo resto bagnato nei punti che so esattamente essere ben delineati, la terra, il pianeta terra, pazzesco, piango ancora, ma non oso portare le mani sul viso, sulla faccia, su questa cosa che è in cima al mio corpo, orrore di una situazione grottesca e vergine di soluzioni. Credo di non potere nulla, non posso guardare in basso e nemmeno in alto, non c’è bilanciamento nella mia realtà, ma nella mia testa si, un equilibrio perfetto, il freddo che sento in testa e sotto il mento sono i due poli, il caldo sotto un naso che non c’è il mio equatore, e ogni liquido è attratto al centro della mia sfera, della mia terra. Muoverei la lingua, ruoterei gli occhi, storcerei il naso, e invece no, non posso. Ma sono stanco, anche senza peso sento che il collo fatica a restare in quella posizione, e poi il pavimento è freddo, e allora sto per starnutire, e lo faccio, scuotendo tutto in un sussulto assurdo, starnutisco più volte, senza controllo, non ho la bocca da chiudere, probabilmente farei eruttare vari vulcani se trattenessi il fiato per soffocare lo starnuto, e ancora e ancora dei sussulti, ho scosso tutto, e so che le genti si son mischiate, alcune da giù sono salite su, altre nei mari sono affogate, altre si son trovate meglio, e sento la globalizzazione, e smetto di piangere per quei morti, e sorrido per quelli che han trovato pane e brava gente, e cerco ancora il freddo, sperando ancora in sussulti di globalizzazione.

 

Cesare

 

31 Ottobre 2017