Tedio

Racconti

03/03/2017

Tedio

 

Si vedeva, poco più in basso, e si guardava, era riuscito finalmente a vedersi dall’esterno, Osho diceva il vero, funzionava, e pare servisse per calmarsi dalla rabbia, proprio lo scrutarsi, l’osservarsi, e il vedersi arrabbiati funzionava da deterrente e ci si calmava subito. Bravissimo, era riuscito dopo anni di tentativi, si sentiva soddisfatto, e continuava in quello stato, nuovo per lui, immaginando quante persone riuscivano a trasportarsi così fuori da se se stessi e osservarsi, sicuramente pochissime, bravo quindi e soddisfatto. Era in perfetta armonia con se stesso, gli sembrava di aleggiare un metro e mezzo sopra se stesso, leggermente di lato, e poco più indietro di se stesso. La posizione era perfetta, considerò. Osservando la sua scrivania dall’alto, e il computer che sibilava leggermente sotto la scrivania, illuminando il suo intero mezzobusto in quella penombra, notò la staticità del suo lavoro. Il suo tentativo, riuscito, non gli serviva per la rabbia, era solo una prova, una soddisfazione personale, ha dimostrato a se stesso di poter fare praticamente tutto. Lo schermo del computer era sul programma di archiviazione, monotono e ripetitivo programma che decine di suoi colleghi non riuscivano a domare nonostante esistesse da anni. Per lui l’archiviazione non aveva segreti, e delle sue quaranta ore settimanali ne passava solamente trentacinque sul computer ad archiviare numeri, date, nomi, cifre riferite agli stessi numeri che indicano numeri, date, cifre, in un loop continuo che non aveva mai fine. Cinque ore settimanali tutte per lui, per tentare, provare e riprovare, e a chiunque gli chiedeva se il suo lavoro lo annoiasse lui rispondeva di no. Era soddisfatto del suo desktop, nascosto dietro il software di archiviazione, una sua fotografia di quando aveva 18 anni, scattata quando stava per essere assunto per quel bellissimo lavoro, aveva tanti capelli e abbracciava una sua cugina molto carina, sulla quale ha sempre fantasticato, quaranta anni prima. Un rumore, ben noto, il computer lo avvisò, un messaggio di Skype, che tutti usavano all’interno degli uffici per comunicare, per inviarsi documenti da archiviare, in quel momento pensò con quanta freddezza svolgesse quel lavoro, senza riuscire però a paragonarla a nulla, a niente, a nessuno. Decise di rimanere in quello stato ancora per un po’, prima di tornare se stesso e controllare quel messaggio, al quale però ne seguirono altri, e altri ancora, e, con sua grande sorpresa, sentì anche il telefono che squillava, doveva essere davvero il suo momento, il telefono negli ultimo 24 anni aveva squillato solo una decina di volte, perché lui nel suo lavoro era davvero bravo. Decise allora di tornare in se. Scendere e vedere che stesse accadendo, il suo successo lo aveva reso felice, in quella giornata penso che ormai potesse accadere tutto, si sentiva immortale. Senza tempo, fece tanti tentativi, ma non accadde nulla, era sempre lì, e chissà quanto tempo stava passando, in quella condizione non si rendeva conto dello scorrere del tempo. In quel momento entrarono due persone, le riconobbe come i due impiegati del piano di sopra, si avvicinarono alla scrivania, lui li guardava, loro non lo vedevano, guardavano solo lui seduto davanti alla scrivania, uno dei due, il più anziano, e forse il più coraggioso, lo tocco sulla spalla, e lo chiamò, nessuna riposta, lui non parlava, anzi cedette a quella naturale posizione piegandosi su un fianco, abbastanza rigido, non cadde dalla sedia. I due parlavano preoccupati, ma non li sentiva, non riusciva, gli stava sfuggendo di mano la situazione.

Quando portarono via il corpo lui era ancora li, si vedeva, dall’alto, morto, morto di noia, e ritrovato dopo un weekend intero nel suo ufficio semibuio, ad osservarsi.

Rimase in quell’ufficio per sempre.

Fantasma del tedio.

 

Cesare

2  Marzo 2017