Come eravamo

Racconti

14/02/2017

Come eravamo

 

È un automatismo ormai, un modo per staccarsi senza patire ancora, un modo per spazzare via dolore o risentimento, paure o alternative possibilità mai percorse. Dopo che lo faccio, e lo faccio immediatamente, è come se regalassi la libertà di andare dove deve, come se tagliassi il cordone ombelicale della sua ormai esistenza finita, facendolo volare come un palloncino pieno di ricordi che ogni tanto tornano, ma non restano mai, ricordi che sono lievi e senza materialità, ricordi non più dentro la prigione della memoria, ma ormai fuori dal contesto, che immagino diverso per ognuno. Prima lo facevo solo numericamente, adesso giocoforza lo devo fare virtualmente, eliminando immagini, contesti, parole, e le possibili emozioni che il progresso può regalare. A me rimane, e deve rimanere, ve lo auguro, il contatto fisico, visivo, le parole usate guardandosi negli occhi, gli abbracci e le strette di mano, impagabili, senza il prezzo imposto dalle abitudini che oggi sono subentrate, scalzando verità e attenzioni che forse tempi addietro avrebbero offerto maniglie, appigli, perché nella verità del linguaggio del corpo, perché nella presenza di un mancato sorriso, nell’uso quotidiano dell’esistere in funzione degli altri, si respira cruda la realtà, senza filtri, senza led che filtrano troppo spesso emozioni e paure, e portano a reazioni istintive, un apparire diversi, un nascondere se stessi, nascondendosi in realtà dal proprio specchio, quando non ci piacciamo però siamo sempre noi stessi, siamo la totalità di noi, ed è inutile usare il setaccio dei mezzi per nasconderci agli altri, noi, da soli, siamo senza filtri.

Quando morirò, per favore, cancellate numeri, mail, eliminatemi dai vostri social, e sorridete, perché sono riuscito sempre ad essere me stesso, anche nei contesti più irreali e surreali.

 

Cesare

 

14 Febbraio 2017