Il Catalogo

Racconti

06/02/2017

Il Catalogo

 

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La gente impacciata tra le curve della strada, umiliata dall'instabilità del mezzo che corre per la sua tabella di marcia, sotto la pioggia. Al suo interno, ombrelli fradici e gente che forse in viso ha pioggia o forse lacrime, una giornata ancora da scoprire, ma già piena di respiri affannati, accelerazioni dolorose e precarie emozioni. Rumore di ombrelli che cadono, mentre pochi obliterano un biglietto immaginando gli altri senza biglietto, il pavimento grigio e giallo offre un’apparente stabilità, vanificata dal conducente che, insensibile all’età, come se tutti fossero sotto il suo comando, e solo studenti ineducati, sterza, e accelera, e decelera, forse frustrato dall’assenza di un cambio manuale. Il percorso include chi si lamenta e chi è rassegnato, chi è pensieroso e chi va a morire, ma c’è anche chi avrà la sua fortuna, in un giorno di pioggia, in un giorno sul mezzo pubblico, in mezzo a sconosciuti conosciuti, studiati giorno dopo giorno e inseriti in un catalogo personale. Siamo tutti diversi a seconda di chi ci guarda, ma soprattutto a seconda di chi noi guardiamo, e in quale modo. Un catalogo dinamico, ogni posto a sedere ed ogni posto in piedi, quotidianamente ricollocabili, ricollocati, e il catalogo si sfoglia diversamente, una pettinatura diversa, caldo, freddo, pioggia, e la gente esce dal catalogo per rientrare in un'altra voce, sotto un altro codice, archiviata agli occhi di tutti, anche del conducente distratto che non rallenta, ma frena. Non siamo nessuno per gli altri, come quando siamo in fila al market e dobbiamo aspettare, siamo seduti o in piedi alle poste, siamo in attesa della telefonata giusta che non arriva, siamo precari in quel catalogo, e troppe volte nulla possiamo, e troppo spesso premiamo la richiesta di fermata solo per distinguerci, per farci notare, per non scivolare ancora tra quelle curve, impotenti, in balia della vergogna dell’instabilità di un mezzo pubblico, e della vergogna di essere catalogati dagli altri nella voce sbagliata. Scendere complici di se stessi da quel carro che apre le portiere sibilanti, e scappare dalla gente, tuffarsi con i piedi saldi finalmente, e fare pochi passi solo per allontanarsi da quel carro guidato da un Caronte senza marce, senza grazia, autista e revisore del suo catalogo, e fino alla volta seguente dimenticati dalla stessa gente. La prossima fermata è sempre quella giusta.

 

Cesare

 

6 Febbraio 2017