Il cinema muto

Racconti

04/01/2017

Il cinema muto

 

La panchina era freddissima, la sua maglietta troppo sottile, ma l’umido era irresistibile, sembrava di respirare acqua, e quel freddo, per qualche minuto, la rinfrescò. Lo avrebbe rivisto, dopo tanto tempo, e ne era felice, lo aveva sempre considerato una brava persona, ed era in anticipo solo perché inaspettatamente aveva trovato subito un posteggio vicino all’ingresso del parco. Smanettò un pochino con le dita sul telefono, controllò rapidamente le notifiche e poi lo rimise in borsetta, sospirò, guardando in alto, le querce erano bellissime e la loro ombra quasi un’oasi. Guardò l’orologio, mancava poco e, che si ricordasse, lui era sempre stato puntuale, dei ragazzini sul prato giocavano a pallone, altri, più grandi, seduti qualche panchina più in la, fumavano erba, il fatto che lei fosse un avvocato le aveva intonacato lo stomaco, ormai si era dovuta abituare a tutto, e il genere umano forniva continui spunti per incrementare il bagaglio della sua esperienza.

Eccolo, era sicuramente lui, il suo passo, così incerto e insicuro, che tenerezza, solo adesso si rese conto della fragilità del suo amico, quanto lo aveva fatto soffrire, ma si perdonò ancora una volta, da ragazzi si fanno le cose che si devono fare da ragazzi, e si assolse. Lui percorse il viottolo di quei giardini senza fretta, vedendola accennò un sorriso, i capelli lunghi raccolti in una coda lo rendeva anacronistico agli occhi di lei, lei che era ormai stereotipata in tailleur monocromatici e riverenti, per giudici con la bava alla bocca, lei considerava il suo meticoloso lavoro sulla sua persona la chiave principale del suo successo, erano troppi gli avvocati in quella cittadina, non sarebbe mai diventata nessuno solo con una laurea comoda presa anni prima, quasi senza fatica.

Quando lui arrivò non si aspettava certo che lei si alzasse, si chinò lui per i soliti baci di rito, guancia destra, guancia sinistra, lui prese posizione nella metà libera della panchina, una maglietta variopinta, poteva essere di marca o semplicemente creata ad arte, poteva essere anche sporca, non si sarebbe visto di certo, ma lui profumava, e lei ne fu colpita, un buon profumo morbido e appena percettibile, si meravigliò perché non era in linea con la capigliatura, lei invece portava, come sempre, un costosissimo profumo francese, e forse ne era tanto abituata che ne aumentava regolarmente la dose, rendendosi fastidiosamente inavvicinabile.

Lui ne avvertì subito la fastidiosa ed esagerata dolcezza, e pensò al contrasto tra carattere e profumo, la ricordava infatti acida, decisa, esageratamente mascolina in quel corpo morbido dolce e ben tornito, la aveva amata alla follia, rimanendone però vergine, logorandosi per gran parte dell’esistenza. Si chiese perché avesse accettato quell’incontro, e perché in quella loro storica panchina, non potevano prendere un caffè in uno del soliti bar alla moda, o comodi da raggiungere.

Lei lo vide a disagio, ma non se ne meravigliò, era sempre stato a disagio, ed evidentemente non era cambiato, provò a sorridergli, ma si rese conto di essere riuscita solo ad abbozzare una mezza smorfia, ben lontana dal suo solito sorriso di lavoro, pensò di essere sempre riuscita a trasformare un accattivante sorriso in uno sguardo fermo e imponente, nel suo lavoro era fondamentale, era bravissima, ma adesso non era a in tribunale, perché non sorrideva naturalmente, perché era così distante da lui, si scusò con se stessa, lui era fatto così, non la metteva a suo agio.

Lui dal canto suo non avrebbe mai sorriso, lacerato da anni di vessazioni, anni di tentativi di accaparrarsi quel suo amore, ma che vedeva solamente trasformare lei in una macchina del sesso, guidata da tutti meno che da lui.

Quella mattina però era senza rancore, il suo lavoro lo assorbiva completamente, era uno scultore affermato in campo mondiale, ed era in città solo per pochi giorni, si erano trovati per caso in centro e per caso si erano riconosciuti, lui era cambiato tantissimo, se ne rendeva conto, lei era solamente molto più donna, ma lui questa volta riusciva a vedere dentro lei, e il suo sguardo carambolava dentro quel corpo vuoto, uscendo dopo poche sponde, senza segnare punti.

I due, dopo aver provato a dirsi qualcosa, guardarono davanti a loro, come in un cinema, ma senza cinema, poi lei prese coraggio e girandosi verso di lui provò a dire qualcosa, lui si girò leggermente e istintivamente verso lei, cercando ancora di vederla come anni prima, le fissò gli occhi, un lungo interminabile istante, poi rinunciò, gli occhi della sua tanto amata erano inespressivi, vuoti, pieni solo di acqua incolore e insapore, ma non fresca. Lei, nell’istante in cui lui la fissò dritto negli occhi, si bloccò, senti una vampata di calore così forte da bloccarle il respiro, le parole che stava per dire, e lo sguardo, sentì una fortissima sensazione inaspettata di piacere, piacere interno. Si chiese cosa le stesse accadendo, in silenzio, come nelle sue migliori arringhe, quando passava in rassegna mentalmente tutto il discorso da fare mentre stava già raccontando le pagine precedenti, solo che adesso non aveva pagine che precedevano quella sensazione, iniziò a tremare leggermente, nel suo silenzio.

Non riuscì più nemmeno a provare a dire qualcosa, immobilizzata, credeva di aver provato per la prima volta in vita sua qualcosa simile ad un sentimento, amore pensò, voleva quel corpo, quegli occhi nella sua vita, le si scaldava sempre più il viso, era abituata a prendere quello che voleva, ma questa volta desiderarlo era così naturale e senza secondi fini, inconscio, si, doveva essere amore.  Lui si girò verso lo scherma del cinema, dove trovò più interessante una natura carica di morbida legna e del verde accattivante, decise di alzarsi e andare via, era così cambiato in quegli anni, aveva smesso e dismesso quel suo atteggiamento da perdente, era riuscito nelle sue sculture a trasferire carattere, rabbia, emozioni, e lavorava qualunque cosa, legno, granito, creta, qualunque cosa tra le sue mani, dopo essere state la sua mente stessa, diventavano opere, vive, vere, così reali.

Non si girò nemmeno, non la salutò nemmeno, andò via, con il suo passo incerto, ma con dei ricordi in meno.

 

Cesare

 

4 Gennaio 2017