Il giorno più bello

Racconti

02/01/2017

Il giorno più bello

 

Non riesco a scrivere, fa tanto freddo, non riesco ancora a capacitarmi del perché mi sono infilato in questa situazione, e ora non ne avrei nemmeno le forze, devo trovare il modo di scaldarmi. Forse dovrei alzarmi e camminare anziché stare rannicchiato in questo vicolo, forse dovrei trovare un vicolo più caldo, ma dove, i muscoli delle spalle si contraggono, le ginocchia sono insensibili, ma fino a poco fa le sentivo ghiacciate, il collo dei piedi è freddo, le scarpe erano calde in primavera, ma ora sembrano due ferri da stiro appena usciti dal frigorifero. Non ho fame, anche se sento chiaramente l’involucro dello stomaco nel mio corpo, vuoto, rigido e freddo, sembra la sacca di una cornamusa. Le mie mani stringono i polpacci, non ho guanti, le dita sono ghiacciate, fino a natale ancora scrivevano, ora non credo siano in grado, che destino bizzarro. E poi quei topi, immensi, neri topi di fogna.

 

Fino a natale ero un imprenditore di successo, la mia azienda pubblicitaria era avviata da anni e io unico socio, e responsabile quindi, prezzolavo collaboratori e grafici per realizzare le mie idee e scrivevo da solo gli spot, i testi interi, avevo una segretaria, molto più piccola di me, di cui ero innamorato, e che ricambiava, dovevamo sposarci il giorno di Santo Stefano, il suo onomastico, le sembrava un modo carino per ricordare la data del matrimonio. La notte di natale ognuno la ha passata, per l’ultima volta con la propria famiglia, una madre che aveva la mia età, la solita superstizione di non vedere la sposa prima del matrimonio, ma siamo stati insieme nella nostra futura casa a fare l’amore fino alle otto di sera, poi ci siamo salutati, e buon natale.

 

Ho freddo, sempre più freddo, ora è la testa che sta ghiacciando, la sento e metà completamente fredda, ma quanti gradi ci saranno, pochi, sopravvivrò forse, ma forse no, e nemmeno mi interessa adesso, adesso vorrei scaldarmi, essere sposato e a letto con mia moglie, invece sono qua, in un vicolo di periferia in compagnia di qualche topo di fogna che probabilmente appena tirerò le cuoia mi mangerà, sempre che non inizi prima. Il cartone che ho sotto il sedere probabilmente mi sta regalando qualche ora di vita. Maledirei tutti i responsabili del mio destino, ma non riesco, non me la sento, anche perché io per primo ne sono la causa.

 

La mattina del matrimonio mi sveglio presto, inizio a radermi, suona il campanello, magari i miei amici sono venuti già, eppure era presto, finisco rapidamente di radermi e intanto urlo di aspettare un attimo, silenzio, apro la porta come se il giorno del mio matrimonio nulla potesse cambiare la storia del giorno più bello della mia vita, poliziotti in divisa, cazzo, cosa è successo. Entrano senza dire una sola parola, tre mi scavalcano rapidamente ai lati e due mi bloccano, mi ammanettano, mi imbavagliano e si assicurano che non mi possa muovere. -È in arresto.- sento con la faccia in giù inginocchiato e già ammanettato con le mani dietro le spalle, vedo termosifone e muro, sono nell’angolo, considero, in un attimo, quel modo di interferire della polizia anomalo, ma non posso lamentarmi, cerco di urlare ma senza infastidirli –Omicidio, caro lei, omicidio.- Un brivido.

 

Chiudere gli occhi in quello stato vuol dire morire sicuramente prima, abbandonarsi, cedere al freddo, allora cerco di guardare in alto, ma mi sento il collo cedere, quasi spezzarsi dal freddo, il vapore acqueo che esce dal dolore di quel movimento mi dice chiaramente che ancora dentro sono caldo, diversamente sarei morto e già digerito dai topi. Riesco a pensare molto meno adesso, la difficoltà sta nel concentrarmi, perché le dita sono insensibili, i piedi doloranti, i polmoni sempre più freddi e non voglio nemmeno sapere in che condizioni è il cuore.

 

Quel cuore che avrei donato alla mia sposa per tutta la vita quella mattina, ma quella mattina sembrava iniziata male, un calcio improvviso alla schiena, sbatto la faccia sul termosifone e sento un fortissimo dolore mentre un altro poliziotto grida: -Bastardo, sei accusato del’omicidio della tua futura suocera.- Non capisco, dolorante insisto in un gemito soffocato, sono bendato, il poliziotto mi prende per i capelli e mi gira verso il centro della stanza, mi leva la benda un attimo solo, ha una pistola in mano, la tiene con i guanti, e dice: -Eccola la pistola, era sotto il letto- E dicendolo mi sferra un calcio in bocca che non posso evitare, il suo collega mi tiene ben fermo, il dolore aumenta sono quasi nudo, poi non ricordo, il nulla.

 

Il freddo arriva alle cartilagini, credo di lacrimare, ma è solo una goccia di umido gelo che mi cola dall’occhio, tenuto aperto per un istintivo attaccamento alla vita, poi un miracolo, o almeno lo credevo, la mia fidanzata, futura moglie, probabilmente orfana da poco, mi vede, capisce che sono io, ho fatto bene a infilarmi nel vicolo dove ci siamo scambiati il primo bacio, cerco di urlare, ma non riesco, il dolore è acuto, le forze esigue, allora si avvicina, un bel cappotto caldo, finalmente un viso amico, il mio amore, non penso che al calore che non ho, e che sta per arrivare, non penso, è estasi, quasi sento calore, sta per arrivare a me.

 

Quando riapro gli occhi, in mutande, con il sangue alla bocca, e con un dolore fortissimo mi rendo conto di essere senza manette, la pistola era in terra e i poliziotti erano spariti, vado in bagno, mi guardo, sono tumefatto, sento dei rumori di auto, veloci, poi freni, guardo fuori e vedo le macchine dei carabinieri, due, istintivamente raccolgo la pistola, e scappo, metto addosso le prime cose che mi vengono in mente, la pistola in tasca, e scappo, una cuffia in testa, il terrore addosso, e scappo. Cerco di capire, mentre cammino velocemente, cosa era successo, perché ero stato accusato, e perché ero libero. Non potevo certo fermarmi a spiegare ai carabinieri quello che mi era successo prima, cerco di capire ma non riesco. Il giorno più bello della mia vita.

 

Ancora pochi passi, cerco di urlare il suo nome, non riesco, cerco di sussurrarlo, inutile, il freddo sta lavorando bene, sembra deciso a conservarmi immobile, nel tempo, ma la mia salvezza era a pochi passi da me, bella, bellissima, del morbidi capelli sulle spalle, un rossetto inutile in quelle labbra uniche, mie, un corpo così elastico e fantasioso in una mente calda e dolce, la mia futura moglie, la donna della mia vita. Due passi, ed eccola, mi osserva, come se fossi un oggetto, poi alza un piede e poggiandolo sul ginocchio mi spinge, non mi rovescio, sono un cubetto di ghiaccio, e inizio a capire, anche se non voglio, lascio gli occhi sbarrati, che mi creda morto, prendo tempo.

 

Il mio corpo sta cedendo al freddo, adesso sento le ossa sempre più piccole, se qualcuno mi strappasse la pelle credo si staccherebbe in un blocco unico, scivolando via, ma mi serve avere ancora per un istante il controllo della mia vita. Allora irrigidisco tutto, cerco di agitare più possibile gli atomi, devo creare calore, devo ancora capire, già la mente si sta agitando, quello che è successo ha un suo perché, e io, maledizione, ora inizio a capire. Qualche giorno prima abbiamo firmato un’assicurazione, e la mia futura moglie ne era ovviamente l’unica beneficiaria, la società era diventata anche di sua proprietà, non aveva senso aspettare il matrimonio, cerco la pistola, in quel gelo che mi immobilizza, credo di sapere dove è, ma le mani sono attaccate ai polpacci, la tasca diventa lontana quindi. Lei si gira e mi da le spalle, in fondo al vicolo appare una berlina blu, la sua, la riconosco, guidata da uno di quelli che, vestiti da poliziotti, mi avevano pestato, non vedo il viso di lei, ma lui alza un pollice, è ok quindi, io sono morto, ok. Lei si incammina verso il suo probabile amante. Cerco velocemente di prendere la pistola, è un attimo, riesco, lei non si accorge di nulla, cerco di premere il grilletto, non riesco, non ho le forze, lei si gira, mi guarda nauseata, si rende conto, e vede la pistola cadere in terra e quasi la mia mano spezzarsi, e io in un istante, l’istante prima di morire, mi chiedo, stupidamente, che ne è stato della madre, ma diventava subito chiaro, era morta, peccato, era così bello fare l’amore con lei, che donna.

Muoio con una consapevolezza, avrei sposato un’assassina.

 

Cesare

 

2 gennaio 2017