Infinito

Racconti

28/12/2016

Infinito

Il ragazzo correva e lei le stava dietro, con difficoltà, erano preoccupati solamente di non ruzzolare giù in quella discesa, in quella discesa ripida tra sentieri mal segnati e una verde e fitta vegetazione mediterranea, il costone era ancora lontano e sarebbero arrivati, forse, giusto qualche istante prima del tramonto, lei inseguiva l’ombra del ragazzo, che si allungava sempre più, e rideva ad ogni suo scarto di traiettoria, la camicia bianca e i capelli lunghi e biondi del ragazzo sembravano ondeggiare sincronizzati, lei era estasiata, era il suo ragazzo, anche se non ancora lui non lo sapeva, e anche se sembrava brutto seguirlo in quella maniera, sempre e ovunque, in tutto e per tutto, qualunque cosa facesse, lei non poteva che fare così, forse oggi le avrebbe dichiarato il suo amore.

Amore, che parola grossa, Amore, lei ripensava spesso, quasi con ossessione, al momento in cui si sarebbe dichiarata a lui, avrebbe detto che lo amava o forse solamente che era innamorata,  la parola innamorata suonava meno invadente, ma era sempre una coniugazione dell’amore, ma l’innamoramento appariva relativo, mentre amare era un tempo infinito, e lei doveva essere risolutiva, non poteva permettersi di lasciare dubbi, era totalmente innamorata.

Lui sentiva i passi della sua corsa, sorrideva mentre correva, ma non si girava per guardarla, nonostante farlo gli regalasse sempre sensazioni uniche e indescrivibili, mancava poco alla scogliera, era emozionato, e immaginava i suoi capelli lisci che volteggiavano mentre correva, i suoi occhi scuri guardarlo, il suo viso sorridergli, pensava a quando stavano alcuni giorni senza vedersi, e solo in quelle occasioni lui approfittava per abbracciarla e baciarle le guance, e inspirava profondamente al profumo dei suoi capelli, che non osava sfiorare, per paura di sembrare inopportuno, ma ora era arrivato il tempo di dichiararsi, doveva saper, capire, aveva necessità di sapere se sarebbe voluta diventare la sua fidanzata, e correva in verso quel tramonto per scoprirlo.

In quel settembre caldo il vestitino bianco le stava bene, sembrava quasi una sposa, e il nero dei capelli staccava così bene che aveva deciso di lasciarli sciolti, istintivamente, oggi, la coda non sarebbe stata appropriata, ogni volta che lui le baciava le guance lei avrebbe voluto le sue mani sul suo collo, avrebbe voluto che lui le accarezzasse i capelli dolcemente, pettinandoli con le sue dita mentre la baciava, chissà come sarà baciarsi. Lo avrebbe forse scoperto in quel tramonto, tra poco. Intanto correva dietro quel corpo esile ma decisamente forte, i suoi muscoli tesi le piacevano, incredibilmente non aveva le mani callose, anzi, le sue mani erano bellissime, non grandi, ed evidentemente fortissime, le davano sicurezza, tante volte avrebbe voluto prenderlo per mano, senza però riuscire, ma anche lui non lo aveva mai fatto, forse non era il caso di dichiararsi, però lui, si, lui doveva essere il padre dei suoi figli.

I suoi pantaloni erano esagerati, lui lo sapeva bene, ma non si preoccupò nemmeno quel giorno, erano coloratissimi, i grandi del paese non li avrebbero mai portati di quel colore, mentre la camicia bianca era sbottonata appositamente perché si gonfiasse durante la corsa, per farlo sembrare, almeno sperava, più grande e forte. Lui pensava di avere le mani callose, e piccole, cercava infatti di nasconderle quando stava con lei, e nonostante mille volte gli venisse naturale prenderla per mano, evitava, ma anche lei non si era mai proposta in quel senso, meno male pensava, le sue mani erano piccole brutte e callose.

Nessuno dei due sudava, era una giornata fresca, e i loro corpi vergini e senza vizi erano agili e ben dosati, i loro pasti sani, lo sport della campagna, della loro vita, li aveva preservati, e la loro tenera età li lasciava ancora immortali.

Lei suonava il pianoforte e studiava musica, lo studio della musica non le piaceva inizialmente, ora si, e lo studio della storia della musica, la scoperta di musicisti sempre nuovi e differenti le aveva dato una spinta in più in quello che poteva essere il suo mestiere futuro, ma senza platea, senza riscontro o applausi, o fischi, come poteva sapere quanto il suo lavoro stava servendo, solo lui le dava una grande soddisfazione, spesso suonava per lui e lui la ascoltava sognante, lei si concentrava a tal punto che suonare quando lui era presente le dava una forza che non aveva da sola, lei pensò che fosse quello il vero amore, e quando finiva ogni pezzo pendeva dalle sue labbra, dal suo sguardo, e ogni volta sembrava un successo.

Lui si metteva sempre il problema del suo lavoro, sarò un rozzo taglialegna, mentre lei un’artista delicata, come potrà passare la sua vita con me, e poi, come funzionava quel mestiere, lei avrebbe suonato dove, quando, quanto, per chi, e non solo per lui, era bellissimo quando suonava per lui, era così intimo, lui la ascoltava per ore, innamorato, anche se lei sembrava invasata mentre suonava per lui, non lo guardava mai dolcemente in quei momenti, che fosse il demone del suono che la portava lontano dalla realtà, suonare per lui non le piaceva magari, se lo chiedeva spesso, una volta lui di nascosto la osservò dalla finestra mentre suonava da sola, era diversa, sembrava che conoscesse tanto bene quel pezzo che suonarlo diventava naturale, mentre lo stesso pezzo suonato in sua presenza la faceva sembrare distratta, come se pensasse ad altri, sarà il caso di proporsi a lei, proprio oggi, quanti dubbi.

La scogliera era a pochi passi, lui si fermò, allargò le braccia e sospirò, e poi urlò, innamorato, lei lo raggiunse, sorridente, si affiancò a lui e guardando il mare urlò anche lei, innamorata. I due si girarono uno verso l’altra, ridendo per le loro stesse urla, volevano abbracciarsi, ma lo avevano mai fatto così, non lo fecero, lei aveva le guance rosse, ma la corsa ne era la causa, lui interpretò così, senza osare altre ipotesi, quel rossore di guance, immerse in quel viso così dolce da amplificare il desiderio di farla diventare la madre dei suoi figli, la avrebbe baciata tutta la vita, lei aveva delle labbra con un taglio perfetto e una consistenza che immaginava ogni istante, lei vedeva le sue labbra sempre in movimento, e apprezzava il fatto che lui parlasse continuamente, le piaceva che riempisse spazi vuoti in quel contesto bucolico molto silente, ma adesso c’era un silenzio imbarazzante, l’eco delle urla si era spento in quell’istante, lui si sedette sulla scogliera, lei si sedette al suo fianco, stava per iniziare lo spettacolo del tramonto.

Lei pensò per un attimo di non piacergli, e soprattutto di non trovare la forza di guardarlo, con la dolcezza che sentiva dentro, di prendergli le sue mani, fantastiche, e baciarlo, e iniziò a perdere la speranza, lui sedendosi cercò alternative, come quella di iniziare a tenerla per mano, sarebbe stato di aiuto, ma era sicuro che le sue mani non le sarebbero mai piaciute, cercava di tenerle infatti sempre in tasca, mise le mani dietro la schiena infatti, con i palmi sul terreno, e senza riuscire a guardala fissò il tramonto, disperato, iniziò a perdere le speranze, quel silenzio, quel tramonto sprecato, bellissimo, ma inutile, stava andando tutto male, entrambi però confidarono in quel tramonto, era solo la fretta dell’inesperienza che li portava istintivamente  a fare le cose in fretta, beati loro quindi, ma la condanna dell’attesa della timidezza del primo bacio gli aveva fatto perdere davvero tanto tempo.

Il tramonto più silenzioso che avessero mai visto. Le gambe di entrambi penzolavano dalla scogliera, sotto, il mare, davanti a loro l’infinito, la loro vita insieme, entrambi videro quella goletta in lontananza, lui le disse: -Sulla goletta non potresti mai suonare il pianoforte.- Lei rispose: -Tu non avresti nulla da tagliare, guai, anzi, se lo facessi.-

Se avessero avuto dieci anni in più avrebbero riso, si sarebbero baciati, avrebbero fatto l’amore in quel tramonto, con quella goletta all’orizzonte che andava verso l’infinito, invece non riuscirono a sorridere, impacciati, innamorati, vergini, puliti. Veri.

Lui cercò, senza farsi vedere, di avvicinarsi, spostandosi di lato, piano piano, sperando che lei accorgendosene lo levasse dall’imbarazzo baciandolo, finalmente, e gettandogli sul suo viso i suoi capelli, mentre lui le avrebbe accarezzato il viso, finalmente, e assaporato le sue labbra, avrebbe respirato il suo bacio, sfiorato la sua schiena che avrebbe accarezzato e stretto dolcemente. Lei non riuscì a muoversi, il rossore delle guance e della sua inesperienza non andava via, la sua timidezza la bloccò al punto che se lui la avesse sfiorata si sarebbe spezzata, quanto avrebbe voluto essere morbida per lui, quanto desiderava che lui la sfiorasse, per baciarla, che lui le mettesse le sue mani meravigliose sul suo corpo, che le accarezzasse viso e capelli, e che la baciasse all’infinito. Lui vide le sue mani irrigidirsi, lo collegò al suo tentativo di avvicinarsi, si fermò, forse stava sbagliando tutto, forse aveva visto le sue mani.  Prese i suoi forse e iniziò ad allontanarsi, sconcertato, dubitando di se stesso, trovando l’alibi per non chiederle mai di diventare la madre dei suoi figli, quella rigidità parlava chiaramente, pianse in silenzio e con coraggio, il coraggio che solo un amore infinito regala. Lei vide solo quel movimento, lui che si allontanava da lei,  in quell’istante il viso iniziò a bollire in quel corpo già rigido, terrorizzato dal suo amore, che la rendeva solo impacciata triste e ora anche dolorante, forse era una difesa naturale pensò, forse quello stato era la risposta alle sue domande, non doveva dichiararsi, aveva davvero sbagliato tutto, non doveva quindi lasciar spazio a quello che comunque considerava da sempre un amore infinito, ma ora era tutto chiaro, lui non era minimamente interessato al suo infinito amore, in quel tramonto sprecato, anche il silenzio diventò infinito.

Poi più nulla, il vuoto non si colmava, il silenzio aumentava sempre più, il tempo non divenne giudice, il tramonto divenne gabbia, fino all’alba.

L’alba li colpì alle spalle, spingendoli nel vuoto, dove istintivamente si presero per mano, e, fuori dalla gabbia iniziarono a volare, lontano, verso il loro infinito, verso il loro amore.

 

Cesare

 

28 Dicembre 2016