Il riassunto

Racconti

27/12/2016

Il riassunto

 

Non riusciva a muoversi, un insolito silenzio in quel buio, interrotto solo da qualche luce colorata che filtrava dalla serranda della camera, il solito albero natalizio del vicino, poi di nuovo interminabili minuti di buio in quella staticità, no, non riusciva a muoversi nemmeno con quelle luci intermittenti. Provava a muovere le dita, senza vederle, e nulla, solo le braccia avevano un senso compiuto per lui, e benché non riuscisse a spostarle di un solo centimetro era sicuro di averle, alla pari di collo e testa. Si chiedeva se sarebbe mai più riuscito a correre, saltare, avere una vita normale, e ricordò di averla avuta, tempo fa, tanto tempo fa, forse troppo per sperare che possa ritornare, aveva infatti la sensazione che quel processo fosse diventato irreversibile.

Ad un certo punto sentì parecchio la tensione della pancia, e si maledì per quella maledetta cena, dove tutto era squisito, troppo, tanto da non riuscire a dire no a nessuna portata, tanto da sentirsi sempre più gonfio ma mai sazio di quelle leccornie uniche, che sembravano studiate solo per lui, mentalmente allora le ripercorse, conscio che sarebbe stato come continuare a mangiarle.

Come si era trovato in quella situazione il giorno prima, ancora se lo chiedeva, ma non riusciva a dare volto a cuochi, commensali, camerieri e servitori, vedeva, rivedeva sempre i piatti che arrivavano, di nuovo, e che non riusciva a rifiutare, antipasti, primi, secondi antipasti e ancora primi, dolci dolci e dolci, e primi, e carne e pesce come se fosse aria, si, era come se respirasse il cibo, maledetto ingordo, pensò, per poi giustificarsi, come poteva resistere a tanta squisitezza, e gli altri commensali, amici, nemici, semplici conoscenti, avevano resistito?

In quel buio silenzioso e senza risposte, le stesse domande lo rendevano più immobile  e statico, doveva forse aspettare, forse, ma quanto, gli veniva un atroce dubbio, sarebbe sopravissuto? Come era riuscito a fare le due ripidissime rampe di scale per arrivare a casa, a letto, se lo chiedeva ancora, che qualcuno lo avesse portato fino a su quando era incosciente era una remota possibilità.

Buio.

La pelle dell’asino era ancora tesa, ma per un attimo ebbe la sensazione di riuscire a muovere i piedi, ma quanto aveva bevuto, e cosa, non lo ricordava, ma non aveva ne nausea ne mal di testa, o forse era tutto ovattato proprio perché aveva esagerato, si rese conto di avere poche risposte e molte domande, ma in quell’immobilità le soluzioni diventavano poche.

Provò a dormire, magari si sarebbe risvegliato senza quella sensazione sgradevolissima.

Nulla, in quel silenzio, interrotto solo dal buio rumore di qualche passante, in quel vicolo stretto, con logori portoni dove spesso la gente entra, in difficoltà, solo per fare la pipì, non poteva dormire, e l’alba non era vicinissima, vista la costanza dell’intensità delle luci intermittenti di quel maledetto albero di natale del vicino, che più che fargli compagnia, scandivano solo il tempo del suo disagio.

Ad un certo punto una zanzara, maledetta, l’umido di quella casa, il suo costante odore malsano, aveva attirato da sempre eserciti di zanzare, e nonostante le fitte zanzariere alle finestre, ogni tanto qualcuna filtrava, e adesso non poteva fare nulla per evitarne la puntura, ne era cosciente, maledetta immobilità, ma la zanzara andò via, e allora si rese conto del suo stato, evitato dalla zanzara, doveva essere sicuramente ridotto male, maledetta la sua serata, maledetta ingordigia, maledetta serata, anche se non la ricordava quasi per nulla, maledetta lo stesso.

Provò terrore, la sensazione che lo invadeva era violenta, provò a muovere braccia e gambe, forzando più possibile quella sua staticità, impossibile, non riusciva davvero, ma che cosa gli stava succedendo, era tutto così assurdo, non riusciva a piangere, sapeva che un pianto lo avrebbe liberato da quella sensazione oppressiva, i polmoni erano contratti e il diaframma lo soffocava, ad un certo punto gli sembrò di ridere, e di vedere Pantagruele e Lucullo che nel buio della sua stanza giocavano con lui, stava per impazzire, pensò, oppure lo avevano drogato, oppure era davvero così, la realtà, ma non smise di ridere, immobile, rideva.

Sentiva il rumore del calore nella mente, nella fronte, nella sua immobilità cercava di calcolare la temperatura, ma solo per capire, per provare a reagire, almeno mentalmente, doveva aver raggiunto e superato i quaranta gradi, forse cinquanta, non potevano essere meno, urlò con tutta la forza che aveva nei polmoni, immaginando di fare pressione con la pelle maledetta che gli rivestiva la pancia, sempre più gonfia e tesa, urlò con gli occhi, iniettati di sangue e buio, era da parecchio che le luci natalizie dell’albero del vicino non filtravano più, urlò in quel silenzio finchè riuscì a vedere in un istante tutta la luce della camera, e non smise di urlare la sua paura, ormai seduto sul letto, con le mani che stringevano aria in un pugno, con le unghie quasi completamente dentro il palmo della mano.

Si sdraiò dopo pochi secondi, spossato, riuscendo a vedere chiaramente la sua stanza, il suo letto e i suoi armadi, in quella stanza silenziosa, una luce fortissima filtrava dalla finestra, chiusa, in quel tepore rassicurante, il tempo, fuori, scorreva, doveva essere l’ora di pranzo, e il suo batticuore andava via via diminuendo, era ancora molto sudato, e portando le mani alla fronte riuscì a vedere che nessuna pancia con nessuna pelle tesa era parte di quel suo corpo, chi era dunque? Si riassunse:

Dunque… Sono Io, sono io, Io, nato in questa cittadina, ho la mia età, ho due sorelle, ho una madre premurosa, un lavoro che mi piace a momenti, e in altri meno, mio padre non c’è da quando è scappato via dalla vita nel dolore, ieri era natale, questa è la mia stanza, mi devo alzare e andare a pranzo da amici, ho avuto un brutto incubo, io che non ricordo mai i sogni, ho avuto un incubo così reale che mi ha terrorizzato.

No, terrorizzato, non vado da nessuna parte, rimango qua con gli occhi aperti, e muoverò le braccia le gambe e tutto il corpo, finchè non mi stuferò, ma non andrò comunque a quel pranzo.

 

Cesare

 27 Dicembre 2016