Che peccato

Racconti

12/12/2016

Che peccato

Ho scagliato la prima pietra, peccato, era anche l’ultima. Ora resto senza pietre, ma con la voglia di guardare negli occhi quelli che ho colpito, come un prete che guarda negli occhi i fedeli, senza vederli. L’anonimato di quelli che scagliano le pietre rimane simile a quello degli alcolisti, alla fine si trovano tutti insieme, si salutano, si dichiarano, si tengono una mano, una sola mano, perché l’altra la lasciano libera per la bottiglia. Peccare è la base dell’esperienza, perseverare nel peccato ha due soluzioni, la prima è semplice, il peccato rende bene e smettere sarebbe difficile, la seconda è che peccare è piacevole, molto piacevole, quindi smettere non è da considerare. Smettere di peccare invece rende quel peccato assolutamente noioso, inutile, praticamente dichiarando che quello non è mai stato un peccato.

Abbiamo tutti imparato peccando, nell’assioma della stessa regola del peccato dettata ogni volta da entità diverse.

Da piccoli non dovevamo fare i capricci, poi non dovevamo tornare tardi, poi non dovevamo ubriacarci o farci le canne, poi non dovevamo fare figli, e costantemente non dovevamo mancare di andare a messa, peccato costante per quasi tutti, con i genitori indifferenti e rassegnati, probabilmente anche loro vessati nella loro gioventù, e quindi magari anche contenti di tale peccato.

Crescendo si modificano gli assiomi, dettati finalmente da se stessi, e nulla è più peccato, il peccato diventa infatti quello che fanno gli altri, come per esempio quella che è morta di overdose, che peccato, era così carina, non è nemmeno peccato la cugina incinta da minorenne, che ha solo cercato di scappare da genitori ossessivi e possessivi, che peccato, poteva fare la sua vita normale, sposarsi maggiorenne in chiesa e senza il peccato della vergogna, ma son peccati suoi, perché noi se siamo qua vivi e non morti di overdose quel peccato non lo abbiamo mai commesso, e nemmeno siamo mai stati in galera per peccati vari, mentre ben vengano i peccati i cui risultati son dei figli bellissimi, da tirare su con un’energia unica, la sola che si ha da giovani, peccato invece per i figli neonati dei cinquantenni.

Da grandi i peccati sono le cose che da piccoli abbiamo lasciato perdere; peccato, se fossi rimasta col mio ex forse adesso starei meglio, ma peccato che il tuo ex in quel periodo fosse assolutamente nella campana di vetro dei genitori, quindi loro, non lui, ti hanno lasciata fuori in quanto poco ‘degna’, o viceversa, che peccato rovinare la vita ai figli in questa maniera, che peccato impedire a giovani minorenni di riprodursi naturalmente tra di loro quando lo desiderano, che peccato evitare di farglielo desiderare.

Peccato per quella professoressa stronza che mi ha bocciato, peccato per non aver avuto voglia di laurearmi, peccato per quel lavoro che non mi piaceva, mentre questo che mi piace non mi permette molto, peccato, in questi peccati ci si trova soli, e raramente in questi peccati c’è il consiglio di altri, che dall’alto della loro esperienza, che non è mai la tua, decidono per te, peccato che tu glielo abbia permesso.

Da vecchi i peccati si confessano, con la paura del non perdono, si confessano in un ritorno alle origini, negando un’esistenza intera passata a bestemmiare una chiesa, una religione, a discapito di scienza e dati certi, peccato non poter avere coerenza e dover modificare assiomi con una facilità unica, comoda, inquietante.

Chi è con peccato, eviti le pietre, tutte.

 

Cesare

 

12 dicembre 2016