La Fila

Racconti

05/12/2016

La fila

 

Era in fila, impaziente, non capiva chi potesse avergli inviato quella cosa, raccomandata o pacco che fosse, non riusciva a immaginare, ma era certo che non fosse qualcosa da pagare, i bolli erano a posto da tempo, la tassa mondezza pagata, forse il nuovo tesserino sanitario. ‘Maledizione’ ripeteva a se stesso, anche se le maledizioni erano indirizzate all’abitudine di non menzionare mai il mittente, eppure lui girava poco in macchina, non dovrebbe essere una multa, ma non poteva esserne certo, seduto per pochi minuti, poi in piedi a  passeggiare tenendo d’occhio il suono anonimo del nuovo numero, e controllare il proprio ad ogni suono, e constatare che ne mancano ancora tanti. La curiosità, il sudore freddo, se fosse stato qualcosa da pagare come avrebbe fatto? E quanto avrebbe dovuto pagare, e quando sarebbe finita l’agonia di dover andare a ritirare qualcosa, qualunque, con quel patema d’animo. Due impiegati agli sportelli, due file di sedie, scomode, di legno, e gente, gente brutta, chissà perché quando si è in ansia si vedono le persone intorno brutte, e la speranza che qualcosa da pagare capiti agli altri, rendendosi però conto che non era un’estrazione, la signora che aveva appena finito e stava rimettendo a posto i suoi documenti con quella busta in mano, appena ritirata, era brutta, anche se appariscente, era brutta, un colore di capelli indefinito che sarebbe dovuto apparire un bel biondo, ma che sembrava un misto tra paglia e fieno, un trucco pesante che più che migliorare l’estetica della pelle o i lineamenti di occhi e sguardo, la facevano apparire vecchia dietro quella maschera ch,e sicuramente, era costata ore di fatica. La signora aprì con le dita quella busta, mentre camminando si avvicinava alla seconda fila di sedie, non stava andando via, aveva forse necessità di un attimo di calma, lesse velocemente e tutti insieme i due fogli di quella missiva, senza capire, chiusi, a fisarmonica, dei conti correnti, dentro quella maschera di trucco sbiancava, la signora aveva qualcosa da pagare, era evidente a tutti i presenti, che ad uno ad uno la guardarono con compassione, chi alzando le spalle come a  dire: mi spiace, chi apriva gli occhi e la guardava con affetto, sperando che fosse bassa la cifra e che lei magari potesse permettersela. Lui la vide lacrimare, mannaggia, pensò, era il suo incubo, probabilmente anche quello che avrebbe ritirato lui sarebbe stato qualcosa che lo avrebbe fatto piangere, allora tutti si guardarono. Lentamente il campanello suonava ancora, din, din, din, le sequenze di numeri senza un proprietario si susseguivano, in quel momento quasi tutti andarono via, come terrorizzati dal loro numero, che diventava bollente nelle mani. Sarebbe toccato a lui molto presto, , il nuovo campanello suonò il numero successivo e un ragazzino si avvicinò dall’impiegata, un pacchetto ben sigillato rassicurò tutti, e il ragazzino andò via, ecco, pensò lui, magari era un pacchetto anche il mio, e si risollevò un attimo su se stesso, per poi girarsi ancora verso le lacrime della donna di prima, che chiudendo la busta in una brutta borsetta colorata male non si alzò, ma provò a guardarsi allo specchio, uno specchietto piccolo e tascabile, tirato fuori da quella brutta borsa, ma subito il suo numero arrivò, non poteva scappare anche se non avrebbe potuto pagare mai qualunque conto corrente andò allo sportello, la signora distratta lo guardò per un istante, si incrociarono due sguardi, la disperazione del sapere e la speranza del pacchetto. Gli sguardi di rito allo sportello, la consegna di quel maledetto foglietto trovato nella cassetta delle lettere il giorno prima, che non lo aveva fatto dormire, l’impiegata era brutta ancora più della signora, chiedendo documenti e alzandosi per prendere il suo qualunque cosa fosse diventò ancora più brutta, nella sua statura minima e nella sgraziata maniera di avvicinarsi ad una scatola con lettere e una data, diventava sempre più brutta, poi frugando attentamente tirò fuori dopo aver confrontato i dati del suo foglietto, una busta bianca. Lui si girò verso la signora che intanto aveva riposto lo specchietto nella borsetta ed era immobile, lo osservava, diventando meno brutta. Lui sudava freddo, meccanicamente firmò con data la ricevuta e prese in mando la busta, mettendo velocemente i documenti a posto, si sedette affianco alla signora, ora i riflessi dei capelli avevano un altro senso, diventava ancora meno brutta. Lui aprì con una calma irrazionale la busta ed estrasse due fogli, solo due, istintivamente cercò un conto corrente stampato, ma nulla, che fosse la sua giornata fortunata? Lesse velocemente in fondo al secondo foglio e, maledizione, una cifra a tre numeri con un nove sulla sinistra, due decimali a zero, e un brivido. Gli cadde il secondo foglio, lei gli prese la mano che tremava e con un sorriso, ancora gonfio del rossore delle lacrime lo tranquillizzò, lui raccolse il foglio e iniziò a leggere quello che era un rimborso dello stato, arrivato oggi ma riferito a un paio di anni prima, novecentosei era la cifra, lui sospirò, lei pure, era in quel momento diventata bellissima, istintivamente si abbracciarono, istintivamente si conobbero, istintivamente si diedero appuntamento sempre li, alle poste, prima possibile.

Si ritrovarono dopo due settimane, per non lasciarsi mai più.

 

Cesare

 

5 Dicembre 2016