Il referendum

Racconti

24/11/2016

‚ÄčIl referendum

 

-Ah no, guarda che io sono coerente, non cambio idea ad ogni alito di vento, e nemmeno ad ogni morte di papa direi.-

Quel personaggio apparentemente così sicuro di se e del suo pensiero era alto, robusto e ben vestito, mi sovrastava di una decina di centimetri e di almeno una ventina di chili di muscoli nervosi, ben nascosti da una giacca lucida e molto chiara, pulitissima, la nostra discussione era iniziata mezz’ora prima, in fila al sussidio dei poveri, spesso l’apparenza inganna e il malcelato disagio si azzera quando, tutti insieme, necessitiamo di un sostentamento reale, e non fatto solo di parole inutili che non riempiono lo stomaco, ma anzi, lo fanno rigirare dolorosamente. Il personaggio con la giacca era dietro me, erano le quattro e mezza del mattino, un separé costruito appositamente per la nostra privacy ci nascondeva dai primi autoveicoli, gente che andava a lavorare lontano, gente che macinava chilometri in macchina per un lavoro che serviva solo per pagare la benzina, e un affitto di una casa che sfruttavano ben poco, visto che lavoravano tutto il giorno, ma almeno, loro, un lavoro lo avevano. Anche il personaggio era sulla cinquantina, molto rigido ma in realtà rassegnato, iniziò lui la discussione probabilmente per combattere l’umidità di quel giorno, o la noia, o più probabilmente per non piangere in quella situazione al quale, si vedeva, era costretto non per causa sua, o forse si, io invece ero li solo ed esclusivamente a causa mia, alcool, droga e donne mi avevano devastato negli anni, la mia economia ridotta da una compulsiva vita che tendeva regolarmente ad annientare i miei sensi di colpa per quanto avevo fatto in gioventù, ma lui, no, lui era una vittima di altri, non un carnefice di se stesso, come me. La discussione era comunque piacevole e in toni moderati, la distribuzione di beni e vivande sarebbe iniziata verso le sette del mattino, c’era tempo, il referendum imminente in quell’ambiente di nulla, in quell’ambiente di una comunicazione umida e polverosa, era una rara occasione per riuscire a credere di essere ancora nel mondo, anche se, in realtà, erano pochissime le persone che avrebbero votato, e ancora di meno quelle che ne avevano mantenuto i diritti, io e lui si, avremo potuto votare. Sarebbe stato semplice, un si o un no, la discussione allargava nuovi e vari punti di vista, e con una rara educazione per quel contesto, le parole svilupparono la realtà globale di quei pro e quei contro che venivano proposti da quel referendum. Entrambi rimanevamo sulla nostra posizione, entrambi rispettavamo, magari senza condividerla, l’idea dell’altro. Più avanti nella fila e più indietro in ordine di arrivo, ognuno cercava di intervenire, ma come spesso accadeva, ognuno dava contro ad un governo, e ognuno accreditava le cause della propria rovina al governo, ai governi che, in decine di legislature avevano fatto prima barcollare, poi tracollare un economia che già globalmente era fragile, e allora le discussioni sull’abbandono di una nave che sta affondando, o idee di sbarchi in paradisi terrestri dove si sarebbe vissuto di pesca, con un ideale compagno o compagna, perché tanto, noi, adesso, non abbiamo più nessuno a cui pensare, nulla ci trattiene in questo stato che i propri figli li fa figliastri della peggiore puttana, che genera miseria a oltranza, senza curarsi di portare avanti una selezione naturalmente evolutiva. Le voci comunque aumentavano e i vapori che uscivano dalle bocche che avevano ancora un po’ di calore da regalare a quella mattina fredda e umida sembravano quelli di sigarette senza filtro, ma nessuno aveva sigarette, alcuni qualche mozzicone, altri solo la tosse di una malattia, altri quella del fumo, ognuno comunque cercava di far valere le proprie verità, chi per il si, chi per il no, chissà perché io e il personaggio catalizzavamo l’attenzione come se fossimo noi in grado di decidere a chi consegnare la coperta più calda e più bella, o il pezzo di carne più morbido e saporito, quindi di conseguenza gli sguardi ammiccanti come a far capire a me o al mio interlocutore principale che la ragione stava in quell’ultima frase, magari sottintesa, magari ambigua e detta con una punta di sarcasmo, ma ognuno si schierava da una parte o dall’altra, inutilmente. Si arrivò anche ad urlare, ma nella massima educazione, e si inveì contro il sistema, la disattenzione di chi non ha idea di ogni singola realtà, e ovviamente il banale imperava in quelle discussioni di menti logorate, stanche anche se temprate, due ore diverse e piacevoli, io e quel personaggio siamo diventati per quel tempo importanti, avremo da quel giorno avuto voce in capitolo per quella gente che, in quella miserabile fila, avesse cercato una risposta, o avrebbe offerto in regalo la domanda giusta, perché dietro quel separè eravamo tutti uguali, molti più uguali di altri.

Arrivò l’ora della distribuzione, un cupo personaggio, mai visto, faceva girare le chiavi ben note e tutti del lucchetto di quella griglia che era la barriera tra il freddo e la fame e i vestiti e il cibo, quel personaggio con uno scuro cappello in testa ci guardava distrattamente, la prima della fila, una vecchia logora nell’animo meno di quanto lo fosse nell’aspetto, chiese che cosa stesse succedendo, e perché questo ritardo, e dove fosse la nostra suora preferita, quella che conosceva ogni singola situazione e che avrebbe assegnato equamente ogni singolo pezzo, ogni singola scatoletta, il personaggio guardava regolarmente la strada fino a che sembrò rassicurarsi all’arrivo di una macchina delle forze dell’ordine. Dalla quale scesero tre uomini in divisa, armati, assonnati, seccati.

L’uomo col cappello e le chiavi del nostro paradiso si rivolse, scortato ormai da due degli agenti in divisa, alla vecchia che aveva tante domande, e poca voglia di risposte sbagliate, e le disse:

-Da oggi è abolito ufficialmente il servizio di sussidio materiale per i bisognosi, da oggi dovete cercare di sostentarvi in autonomia, da oggi dovete cercare un lavoro, una casa e una sistemazione.-

Eravamo tanti, chi, come me e pochi altri sentì quelle parole come fossero una sentenza, in un brivido domandammo con gli occhi, nel rispetto delle forze dell’ordine, a quel personaggio scuro, vestito di scuro, con uno scuro cappello, il perché stesse succedendo tutto questo, lui rispose:

-Il mese scorso ci sono state le votazioni, il referendum insomma, e hanno vinto quelli che hanno cancellato anche i vostri privilegi, dispiaciuto, vi chiedo comunque di sgombrare la via, la strada, e di sciogliere questa assemblea immediatamente.-

Io guardai la vecchina, prima della fila, poi mi girai verso il personaggio in giacca, la nostra convinzione di essere ancora in un possibile circolo del sapere crollò, io ero miseramente assimilato nel sistema del nulla, e i miei vestiti, il mio alito, la mia miseria sposava bene il mio stato, peggio si trovò quel personaggio, la cui anacronistica giacca sembrò scolorirsi alla triste consapevolezza di non essere più.

Tutti da quel giorno cercammo, stringendoci l’un l’altro, in una nuova consapevolezza, in un nuovo mondo, in una nuova realtà, come se nulla fosse mai accaduto, come se il passato servisse solo al presente, di diventare la stessa gente.

Disintegrata dal vecchio sistema, integrata nel vecchio sistema.

 

 

Cesare

 

 

 

 

23  Novembre 2016