Alice

Racconti

16/11/2016

Alice

 

È successo proprio così, due si incontrano, e si piacciono, una lei e un lui, una lei anziana, direi sugli ottanta anni, vergine e spiantata, brutta, bruttissima, lui invece un giovane rampollo figlio di nessun problema e con tasche colme di carte di credito, trenta, massimo trentuno anni, bello, almeno nei canoni della vecchia, lui infatti le ricorda il suo primo spasimante, sessantadue anni prima. Lei ha dei vestiti lisi, rattoppati con cura e amore, all’interno, nulla traspare di quelle cuciture riparatrici, figlie di una vergognosa economia, le sue scarpe, color celeste pastello, si intonano con il suo colletto, colletto di una maglia antica, non ereditata di sicuro, ma antica, risalente probabilmente a un tempo in cui non era così brutta, bruttissima, in realtà il suo specchio, che la conosce da sempre, la considera ancora molto bella, ha dei duri lineamenti, si, ma due occhi di una dolcezza estrema, incavati nella forma di un viso leggermente distorta, probabilmente un ictus avuto qualche tempo prima, qualche grosso neo che in gioventù doveva essere un morbido segnale per distogliere gli sguardi da tanta semplice e lineare bellezza, e dei capelli veri, gialli e bianchi, e grigi, ma puliti, raccolti malamente in un mogno tenuto fermo solo dalla maestria di mani esperte. Lei emana un leggero profumo di lavanda, piacevole per lui, al contrario dei soliti profumi a cui era abituato, inutili e costosissime fragranze di chissà quale estratto di quale verdura. Lui ha una polo di marca, in lino, e dei leggerissimo pantaloni, sempre di costoso lino, senza calze ma con delle comode scarpe da barca, un po’ sportive un po’ classiche, un orologio, molto costoso, regalo per la sua terza laurea, regalo della zia che mai conobbe, in quanto oltre mare, partita per fare fortuna anni e anni addietro, ma che nemmeno tramite internet aveva mai rintracciato, l’orologio era molto educato, non pacchiano, e lui non aveva  certamente la tendenza a ostentarlo, il suo viso era rasato, si vedeva che si rasava regolarmente, non aveva il viso di chi si lasciava crescere la barba classica dei tre giorni, un viso semplice, ma accattivante, eh si, a lei ricordava il suo primo spasimante, era davvero molto simile. Il marciapiede conteneva entrambi, vicino a quell’incrocio, lei, appena arrivata in città, da molto lontano, avrebbe cercato un posto pubblico per sistemarsi alla meglio, aveva un importante appuntamento, lui, organizzatissimo, non lasciava a nessuno compiti importanti quali l’organizzazione del suo ennesimo evento, la beneficenza. Nel sorriso di lui che la guarda c’è qualcosa di caldo e dolce, lei quasi imbarazzata si chiede, osservandolo, inibita da tanta bellezza, come sarebbe cambiata la sua vita se tanti anni prima avesse dato al suo spasimante le chiavi del suo cuore, e, cercando di unire passato e presente, azzardò un sorriso al giovanotto. Successe tutto in un attimo, lei lacrimò, lacrime ovattate, e le si svuotò la mente di tutto, lui vedendo che stava per svenire la abbracciò e la sorresse, accompagnandola in quella panchina grigia, il cui grigio era simile ai capelli della vecchia signora, vergine e bruttissima. Lui corse, dopo essersi assicurato che lei non fosse in grave pericolo, a prenderle dell’acqua fresca, e con un gesto da navigato ed esperto medico, infermiere, volontario, glielo porse. Lei, dopo aver bevuto lentamente gli disse: -Tu devi essere un angelo, grazie, di cuore, sono nuova di qua, e stanca da un lungo viaggio, chissà cosa mi è successo, ma adesso vai, sono sicura ch ti aspetta qualcosa di importante, non voglio farti perdere altro tempo, sto meglio, molto meglio adesso.-

Lui, al contrario, si accomodò meglio sulla panchina, e le disse anche che se non si fosse offesa, la avrebbe ospitata in una delle sue tenute, fino a che non avesse risolto qualunque cosa avesse da risolvere in città. Lei, fiera e all’antica, rifiutò categoricamente, e prese la sua mano, la strinse a se, e ringraziandolo si alzò in piedi e andò via, senza nemmeno sapere in quale direzione. Lui in quel gesto riuscì velocemente a sfilarsi l’orologio e senza che lei se ne accorgesse lo lasciò scivolare nella tasca ben cucita del suo vestito, la guardò andare via e tornò alle sue cose, peccato, le piaceva quella vecchia che profumava di lavanda, c’era in lei qualcosa che non riusciva a definire, ma ora era andata, poteva solamente tenerne un ricordo semplice e pulito.

Quella sera, l’inaugurazione di una nuova struttura ospedaliera, specializzata in ictus, era l’evento del giorno in quella città, grande ma piccola, antica ma moderna, il giovane ragazzo di lino vestito aveva donato, ancora una volta, una struttura a quella città, le sue fortune risalivano a tanti anni prima, esattamente alla sua terza laurea, quell’orologio regalatole dalla zia sembrava fosse il suo portafortuna, ma lo aveva appena regalato, sicuro che fosse si un oggetto, ma che potesse fare più comodo alla vecchia incontrata la mattina. La struttura aveva deciso di chiamarla con il nome della zia, quella zia mai conosciuta che probabilmente aveva dato la spinta giusta alla sua vita, ‘Casa Alice’ gli sembrò un ottimo nome, era emozionato, mancavano pochi minuto al taglio del nastro.

Lei era dietro l’angolo, sapeva che il suo nipote prediletto, quello che però diventò la sua rovina, stava per avere un altro successo, regalando ancora a quella sua vecchia città, dimenticata nei lineamenti ma non nel cuore, una nuova struttura che forse avrebbe potuto salvarle la vita. Anni prima, sola, ma fiera e degna del suo lavoro da sarta, si ritrovò in difficoltà economiche, ma doveva assolutamente regalare qualcosa al suo nipote, per l’acquisto di quell’orologio fu costretta a chiedere un prestito alle persone sbagliate, senza mai più riprendersi economicamente, scappò per l’ennesima volta, ma le lunghe braccia della malavita la ritrovarono sempre, e sempre pretesero qualcosa. Doveva  vedere il nipote.

Lei girò l’angolo, e vide il taglio del nastro, il suo amato nipote era quello di spalle, un doppiopetto blu, una cravatta celeste pastello, un bel taglio di capelli e nessun profumo, e nessun orologio al polso. Lui dopo aver visto il nastro svolazzare ai lati, fece il primo passo oltre linea ormai immaginaria, e si girò. Lei in quell’istante mise la mano in tasca, sentì qualcosa e la tirò fuori, era l’orologio, quell’orologio che regalò anni prima al nipote, ed eccolo, il nipote, che contemporaneamente realizzò, vedendo la vecchia con il suo orologio, che non poteva che essere Alice, la zia di sempre, la riconobbe dalle sue lacrime, la riconobbe da come teneva il suo orologio, lui si avvicinò, e come se mai potesse essere smentito, la chiamò per nome: -Zia Alice, io non avrei mai sperato di vederla, ma la ringrazio per tutta la mia vita, ed ora questa struttura ha un senso, te la offro, non può che essere tua. Grazie, grazie di cuore.-

-Figliuolo, ho aspettato una vita, ho aspettato due vite, la mia  e la tua, ed ora è come se tutto finalmente abbia un senso, grazie a te figliuolo mio caro, tuo padre sarebbe fiero di te.-

I due si abbracciarono, lui non riuscì a dare mai del tu alla zia, non aveva mai pensato di farlo, mentre lei lo aveva sempre chiamato, nei suoi lunghi silenzi, figliuolo. In quell’abbraccio poche lacrime, ma vere.

 

Cesare

 

16 Novembre 2016