Il tuffo

Racconti

08/11/2016

Il tuffo

Dritto su me stesso, immobile per istanti interi, e sotto, il mare, il mare blu e la sua immensità, sento il terreno sotto i piedi e valuto la distanza tra me e l’impatto, ma io, tronfio, sfido il mare, lo sfido tutto, in tutta la sua profondità, tutta la sua pressione, potenza, immensa vastità.
Ammortizzo un po’ le gambe, poi smetto di pensare e spicco un salto, in avanti, credo anche in alto, contrastando con i muscoli il mio peso, salgo in alto, e, per un istante, rimango immobile, come un proiettile sparato in aria nell’istante in cui finisce la sua inerzia, ma io, al contrario del proiettile che inizia a scendere con l’ogiva in alto, io spingo le mani verso il blu e mi posiziono in verticale iniziando la discesa correttamente, stupido proiettile, lui ha bisogno della fisica per riposizionarsi per la discesa.
Cercando una grazia in un corpo elastico ma pesante, faccio mille variazioni e riesco a malapena ad unire le gambe, cerco la concentrazione per allungare il piedi e tenerli paralleli uno all’altro, non respirando ho i polmoni gonfi, immagino che nell’impatto il petto farà un po’ di attrito, e forse mi farà male, come quando la pialla del falegname incontra un chiodo nascosto, bloccando la continuità dello scorrere del braccio in quella scintilla. Continuo la discesa, il tuffo è semplice, non faccio capriole o avvitamenti strani, un po’ come quando cammini nel marciapiede cercando di evitare variazioni di direzione a causa della gente, in questo tuffo devo solo restare più verticale possibile, la forza di gravità farà il resto.
Il mare si avvicina, ma la distanza è solo un calcolo, spazio fratto tempo, io ho le mani inizialmente unite con le dita sovrapposte, non in preghiera, ma per evitare più possibile di schizzare dovrò cambiare la loro posizione, un po’ come quando inizi a slittare con la macchina e devi sterzare dalla parte opposta della direzione della macchina, velocemente, ma ho ancora tempo.
Osservo la mia discesa dall’esterno, se non fosse per la pancetta che cerco di trattenere, con i polmoni così gonfi, sembrerei davvero un professionista, soddisfatto della mia posizione nel mondo, nell’aria, e in quella tra roccia e mare, rientro nel mio sguardo, limitando la visuale al blu del mare, sempre più vicino, e in un istante apro le mani, allargo le dita e le intreccio con i palmi all’esterno, l’impatto della testa deve essere ammortizzato, e solo così, o con un casco, si può fare, un po’ come quando cammini a Trieste durante la bora.
Poi quell’istante in cui succede tutto, mani, acqua, e un rumore impercettibile, le mani aprono le acque, la potenza espressa è troppa, non potevo calcolare peso gravità e distanza senza veri esperti, e io sono un tuttologo del nulla, le mani si spostano di pochi centimetri dalla verticale, scoprendo in parte la testa, ma io non me ne rendo nemmeno conto, per entrare perfettamente in acqua guardo parallelamente a testa in giù il muro di acqua che dovrei infilzare senza schizzi.
Immaginando mille genti che, estasiate da quel tuffo, mi guardano per poi osannarmi una volta riemerso, sorrido in quell’istante, lo stesso istante del rumore impercettibile, violentemente le spalle arrivano al mare mentre i muscoli del collo reggono la colonna che, ormai spezzata, non alimenta più la vita. La rigidità e l’abbrivio fanno il resto, il tuffo perfetto, le spalle sono un cono per l’acqua, il petto non fa l’attrito della pialla sul chiodo, i fianchi scorrono veloci dopo il petto e aspirano l’acqua per differenza di superficie, eliminando gli schizzi, poi gambe polpacci e infine i piedi, perfettamente uniti, spariscono nel blu.
Spalanco gli occhi inconsciamente, riempiendo di acqua le palpebre, mentre l’anomalia della posizione della testa dentro l’acqua si risolve con pochi gradi di differenza rispetto alla verticale perfetta, e scendo, ormai pesante solo di fisico, e non più di pensieri, e regalo al mare quei pochi grammi di anima, il blu, li merita.

Cesare
8 Novembre 2016