Tu, chi sei?

Racconti

27/10/2016

Tu, chi sei?

 

-Ciao, ma tu chi sei?- Chiesi a quel bambino con delle bianchissime scarpe Nike alla moda, dei jeans strappati ad arte, e una maglia semplice, decisamente pulita, aveva sicuramente una decina di anni, nessun tatuaggio e un taglio di capelli con delle righe che probabilmente avevano per lui e per altri come lui un significato, ma non per me. Il bambino mi guarda, squadrandomi, cercando probabilmente di capire se io potessi essere una sua potenziale vittima o un suo probabile alleato, era infatti evidente che il suo atteggiamento era quello fiero del capo branco, dopo avermi squadrato mi risponde, ma lo fa solamente perché in me non traspare nulla, e lui non riesce in quel poco tempo a rendersi conto di chi io realmente sia:

-Sono il bullo della scuola.- Esordisce col una voce forte ma distratta, per mettere in chiaro la sua supremazia su tutti gli altri bambini della scuola e l’indifferenza nei confronti di tutto il resto. -E vivo facendo paura a tutti, anche ai bidelli, e mi faccio portare soldi e coca cola, e panini e caramelle, ma ti dirò un altro segreto-

Impassibile lo guardo, e aspetto la sua rivelazione, il suo segreto.

-Non mi sembri un poliziotto-, inizia a raccontare. –E poiché non sembri un poliziotto, anzi, sembri uno ‘a posto’, ti dirò che le ragazzine mi rispettano, mi guardano, mi ammirano perché io sono così forte e faccio paura ai loro compagni, ai loro bambini, infatti le ragazzine non mi considerano un bambino, ma uno davvero grande, sai, addirittura un volta, qualche settimana fa, una ragazzina non mi ha fatto vedere il sedere e allora io glielo ho toccato correndo, è stato bello.-

In quell’istante la mia mano vola violentemente verso la sua guancia, il movimento del braccio quasi automatico, la mano piena tra la guancia gli occhi e il naso del bambino hanno fatto un rumore secco, sordo, violento oltre ad ogni aspettativa, quello schiaffo già piangeva le sue lacrime. Il bambino non capì, nella sua faccia rossa e gonfia di dolore ancora non era arrivata la vergogna di quel gesto, inaspettato, a due metri dalla mia mano, sul selciato della scuola, tutti i bambini lo guardavano meravigliati, un rivolo di sangue si affacciò dalla narice, l’orecchio fischiava ed il calore della sua faccia non accennava a diminuire, il bambino bullo provò ad alzarsi, riuscendo però solamente a rimanere con ginocchia e mani a terra, lasciando andare giù la testa, senza il bisogno istintivo della difesa, lui che spesso continuava a picchiare i bambini quando erano in terra, e non si fermava facilmente. Dopo parecchio riuscì ad alzare la testa e guardandomi, iniziò a piangere a dirotto, lo schiaffo, umiliante, aveva minato qualunque sua certezza, e tra le lacrime mi chiese:

-Ma tu chi sei?- risposi nel silenzio di quel piazzale, con mattonelle piccole e quadrate, grigie, a parte alcune macchiate dal sangue che colava dal suo naso:

-Io sono la vergogna che hai perso, sono l’umiltà e il rispetto che nessuno ti ha mai insegnato, sono la tua stessa forza nello specchio della solitudine sociale che stai creando intorno a te, sono l’unica alternativa per te alle parole inutili spese da chiunque cerchi di educarti, io sono per te, solo ora, il bambino bullo più bullo di te che ti dimostra quanto serva a poco la forza alla tua età, ma quanto serva alla mia età con te.-

Il bambino, solitamente distratto e poco avvezzo ad ascoltare i grandi questa volta fece sue quelle parole, e da quel giorno cambiò modi atteggiamenti, parenti e genitori, cambiò look e, per parecchio tempo, sentendo il dolore di quello schiaffo, nell’orecchio e nel cuore, maledì quel giorno, e quelli prima ringraziandomi per quelli che sarebbero seguiti.

 

-Ciao, ma tu chi sei?- Chiesi a quel ragazzo con degli occhialetti tondi che apparentemente gli regalavano un’anima intellettuale. Il ragazzo non si degnò nemmeno alzare gli occhi dal suo telefonino, all’avanguardia, probabilmente chiacchierava con venti persone contemporaneamente in dieci chat, ascoltava i messaggi vocali, registrandone lui stesso, e metteva faccine per rendere un idea che gli interlocutori capivano perfettamente, ma non mi degnò di nessuna risposta in quel frangente, e anzi, sembrava soddisfatto del suo atteggiamento nei miei confronti, anche senza aver mai alzato lo sguardo si capiva dalle espressioni facciali. Solo dopo essersi accorto che avrei aspettato la risposta per giorni, alzò lo sguardo, e piantò il nero dei suoi occhi dentro i miei, facendo trasparire subito il suo acume, la sua intelligenza. Il ragazzo aveva dei pantaloni lunghi, molto larghi, si vedeva, anche se era affondato in una comoda poltrona, una felpa senza nessuna maglia sotto, e un taglio di capelli probabilmente fatto dalla sua amica, quella con cui faceva sesso ma senza impegno, perché lui, era evidente, era uno libero per natura. Una leggera peluria lo rendeva ancora ragazzino, ma i suoi diciotto anni li aveva di certo, quasi seccato inizia a rispondermi:

-Sono lo studente fuori corso, sono lo studente che fa finta di dare gli esami e prende per il culo i genitori, sono quello studente che ha la casa pagata, e la paghetta corposa, e che può permettersi di offrire alle ragazze spinelli e bevande, e loro, si, sono molto affezionate a me sai, tanto che credo di aver lasciato fuori dal mio letto solo quelle brutte, oltre a quelle che mai verrebbero a letto con me, insomma, sono uno che ha capito tutto, pensa, i miei genitori vengono a trovarmi una volta al mese, e io vado in giro con la macchina nuova che mi hanno regalato ai 18 anni, e loro stanno qua a casa e la puliscono a fondo, mamma lascia i soldi nel cassetto, babbo all’ingresso, dentro il solito pacchetto di sigarette aperto, pensa che cretini che sono, credono che abbia dato il triplo degli esami che ho dato.-

A quel punto, non rendendosi nemmeno conto del perché si trovasse a proprio agio tanto da raccontarmi tutto così serenamente, continuò come se io fossi il suo complice e non una domanda:

-Sai, credo che quando moriranno i miei avrò abbastanza denaro per campare tutta la vita, non sono nemmeno sicuro di volermi davvero laureare, chi me lo fa fare, tanto in questa società ormai va avanti solo quello raccomandato, o quello come me figlio ricco di genitori ciechi e sordi, che non mi hanno saputo allevare, crescere, pensa che non si son mai separati solo per la vergogna, oltre che ovviamente per non traumatizzare me, idioti, io che avevo capito tutto già quando il loro rapporto ha iniziato a deteriorarsi, e avevo, pensa tu, solo tre anni.-

Solo dopo quella banale rivelazione, ma non banale per lui, si rese conto di non sapere chi io fossi, e lo chiese:

-Ma tu, chi sei?-

Io risposi incalzandolo in ogni piega della sua esistenza, in ogni lacuna del suo sapere, in ogni ombra della sua mente:

-Io sono il fallimento societario dei tuoi genitori, sono la ragazza che hai messo incinta e che ti rovinerà la vita, sono il futuro della tua presente ignoranza, quello che ora non puoi vedere, sono esattamente il tuo datore di lavoro, che senza figli educati, si può vendicare solamente vessandoti e facendoti patire le pene dell’inferno, sono quel libro che hai lasciato chiuso e che probabilmente ti avrebbe chiarito le idee, sono quel figlio che ti fa stare male ogni istante della tua vita solo perché non sei mai riuscito tu stesso ad essere figlio.-

Lo studente rabbrividì, poi mi rise in faccia, era troppo intelligente, lui, non aveva problemi di soldi, aveva mille spinelli e mille lattine di birra, i suoi amorevoli genitori lo temevano, mi liquidò, semplicemente con la sua risata. E si ritrovò solo, e continuò la sua vita accompagnato da se stesso.

 

 

-Ciao, ma tu chi sei?- Chiesi a quella minuta donna che camminava nervosamente sul marciapiede, la donna aveva degli anacronistici boccoli mal colorati, costati probabilmente tanto, e un pesante trucco che la faceva apparire, a seconda delle espressioni, un po’ la donna gatto, nella versione cinquantenne datata, un po’ moira orfei, il vestito che indossava era molto accurato, con pochi colori, la cintura, molto spessa , abbinata alle scarpe, e la borsetta esageratamente grande, dove sicuramente riusciva a infilare la paura di invecchiare e la certezza di esserlo già.

Sentendosi chiedere chi fosse, istintivamente si fermò, e guardandomi da dietro grandi occhiali da sole, rimase in silenzio un attimo come se le parole non le uscissero per la meraviglia, chissà di cosa. Poi si riprese, si riavviò i capelli e cinguettando mi rispose:

-Io sono la donna perennemente in ritardo, sono la donna che non può mai permettersi di arrivare in orario, pensi, che vergogna sarebbe, sono la donna che mette tutti gli orologi avanti, apposta per non arrivare in ritardo, fregandosene però, di quel tempo, tempo in cui gli uomini, le persone, tutti insomma, mi aspettano, e aspettano. Sono quella che apre l’ufficio pubblico in ritardo, sono quella che lascia il fidanzato per delle ore sotto casa ad aspettarla, mentre magari chiacchiero con la mia amica al telefono, sono quella che invia le comunicazione di assunzione, mai di licenziamento, in ritardo, sono quella che porta il figlio a scuola in ritardo, a che poi si altera quando la scuola mi chiama per giustificarlo, ma cosa devo giustificare io? Che giustifichi chi arriva in orario, malati, fobici, assetati di puntualità! Ma si rende conto che non dovrebbe esistere orario, ore, orologi.-

Fu in quel preciso istante che si rese conto che senza l’unico suo scopo nella vita lei stessa non avrebbe avuto motivo per vivere, e ritrasse il corpo allontanandosi mentalmente da me, in quell’occasione, unica causa del suo dilemma, del suo essere a disagio, lei che mai nulla e nessuno ha minimamente scosso, agitato, messo davanti alla realtà della sua malattia, si ritrasse, ma solo un momento, chi poteva mettere in discussione tutta la sua esistenza, nessuno, e ritrovò la sua forza naturale in una voce sempre cinguettante. Proseguì, ma sempre meno convinta, tanto da trovare una rinnovata cattiveria e una voce assolutamente  stridula:

-Io, sono l’ansia della risposta che non arriva, sono il terrore di chi aspetta e mentre aspetta non gestisce il tempo, e non considera, non capisce, non sa che il tempo passa comunque, e che nell’attesa è inutile stare in ansia, sono il terrore degli insicuri, sono la paura delle decisioni degli altri, quelle subite, sono la loro terribile attesa.-

Poi calmandosi, trovando un’inaspettata dolcezza nella sua voce mi guarda, come se avesse visto in me un’altra persona, mi guarda con gli occhi illuminati, emozionata nel suo pesante trucco, e mi domanda:

-E tu, chi sei? Sei cosi bello, così solare, mi piaci così tanto.-

La risposta arriva semplice, istantanea:

-Io sono il tempo, il tempo che hai perso.-

-Ciao, ma tu, chi sei?- Chiesi abbassando leggermente il corpo per arrivare con la mia domanda all’interno di quel finestrino, aperto, con un gomito posato nervosamente sopra, il proprietario del gomito, con pesanti occhiali scuri, mi squadra, e vedendo che non sono un vigile, ride. Ride di gusto per un istante e poi si blocca di colpo, digrigna i denti e guardandomi risponde:

-Io sono l’uomo al semaforo, sono quello che dopo un nanosecondo dal verde suona il clacson impazzito, perché nessuno deve farmi perdere tempo, nessuno dovrebbe guidare nella più totale ignoranza delle regole di base della strada, nessuno può limitare il tempo di nessun’altro con la superficialità del non sapere cosa debba fare l’altro, quello dietro, e l’altro ancora, quello più indietro, e chiunque in fila al semaforo ha qualcosa da fare, allora io anticipo, suono, sveglio la gente e recupero tempo prezioso per tutti.-

La coda di lepre, probabilmente cacciata dallo stesso uomo al semaforo, attaccata allo specchietto retrovisore, rende bene l’idea, lo specchietto stesso è coperto da uno specchietto ancora più grande, panoramico, di almeno cinquanta centimetri, che probabilmente permette all’uomo di vedere oltre ogni patente avversaria, rende bene anche l’impianto video musicale, sedici altoparlanti posizionati dal cofano al portabagagli della macchina riproducono otto cantanti e otto strumenti musicali, tutti rigorosamente ad un volume smodato, l’uomo al semaforo ha dei guanti da guida veloce, senza sapere che sono vietati, e tiene il volante rivestito da una pelle di felino a chiazze, lo tiene nervosamente e, si vede, è pronto a girare a destra se qualcuno lo vuole superare a destra, o girare a sinistra se lo stesso qualcuno vuole superarlo a sinistra. L’uomo ha un navigatore vivente, una donna infilata nel cofano, che con la voce roca e bassa della classica donna che fuma da una vita, gli dice in maniera suadente cosa fare, a che ora farlo, e se poi lo ha fatto bene o non è per nulla soddisfatta, un po’ come fa la moglie quando torna a casa e lo sgrida, anche se lui con il suoi aspirapolvere da macchina ha ripulito tutta la macchina dalla polvere della città. Le sue scarpe sui pedali in super titanio, forati per permetterne il raffreddamento, sono di una lega nuova, sconosciuta agli altri uomini al semaforo, e i loro lacci sono di pelle di pedone, ben tirata a lucido. I pantaloni e la camicia chiudono il cerchio di quel personaggio iscritto sicuramente al circolo automobilistico degli uomini al semaforo, i pantaloni sono infatti di pelle leggera ma nera, lucida ma solo del sudore, mentre la camicia, a quadretti viola e neri, aperta a metà, fa trasparire una catena d’oro tanto grande da poter essere usata per legare tutti gli automobilisti che stanno dietro e qualcuno che sta davanti, insieme, per poi abbandonarli incatenati nell’autostrada. Accelerando e facendo andare su e giù il cofano della sua macchina al ritmo della benzina bruciata mi guarda ancora e mi chiede:

-Ma tu chi sei?-

Io rispondo sereno:

-Io sono, e sarà sempre, per te, l’automobilista che sta davanti a te, che nella serenità della mia vita mette in folle la macchina al semaforo, leva i piedi dai pedali e tira il freno a mano, e che ha scoperto nella sua macchina che così facendo si spegne il motore, sono l’uomo al semaforo che appena scatta il verde pensa ancora alla moglie felice che lo aspetta a casa, alla sua famiglia, e al gatto da accarezzare, e che torna a casa senza rischiare di perdere nulla di questo in strada, in macchina, e che quindi riparte lentamente, ma sono quello che quando vede te, aspetta, aspetta, aspetta che tu suoni il clacson, che impazzisca di rabbia, che ti si gonfino le vene del collo e che ancora dopo uno, due, tre millisecondi non ha mosso un solo muscolo per partire ma ha solo guardato il suo specchietto retrovisore, per vederti, piccolo, insignificante  e frustrato. Io sono quello che quando suoni alza le braccia come a dire, calmati, esagerato, ma senza dirlo, che ti bastino le braccia, e ti dirò di più, sono quello che quando tu stai schiumando dalla rabbia, scendi dalla macchina perché mi vedi piccolo, e mi minacci, e allora io son quello che uscendo dalla macchina risulta più alto, grosso, più cattivo di te, e allora, tu, chiederai, tornando a casa, a tua moglie, se ha visto la tua patente, senza avere il coraggio di dirle che io sono quello che adesso ha la tua patente. E che mai te la ridarà.-

Lui, ringraziandomi, finalmente sereno, cerca la patente, me la porge, e va al lago, spinge la sua macchina, torna a casa a piedi, e cerca una ragione di vita.

 

 

Cesare

 

27 Ottobre 2016