L'animale

Racconti

15/09/2016

L’animale

 

Quell’animale non poteva esistere, e io non potevo immaginarlo, ma era li, ed era presente. Gli arti avevano una lunghezza relativa rispetto al corpo, e il corpo, viscido, unto, è ricoperto di una peluria leggermente ispida, ma non su tutto il corpo. Mi soffermo a guardare l’animale, da sopra a sotto, da destra a sinistra e viceversa, cerco il suo inizio o la sua fine, inutilmente. Non ne ho paura, è grande, ma non immenso, cerco di immaginare il momento della sua venuta al mondo, l’evoluzione della sua specie nel tempo, chissà da quanto tempo l’animale si è evoluto, sempre che lo abbia mai fatto, più lo guardo più sembra qualcosa di sconosciuto, cerco istintivamente gli occhi, no, non li vedo, e, provando a immaginarli, li vedo sottili, acuti, scuri.

Aspetto che faccia qualche mossa, il contesto però lo favorisce, siamo sicuramente nel suo ambiente naturale, e vado per esclusione, visto che una piazza assolata e deserta, in un estate torrida, dove poche colonne che sembrano antiche solo perché non sorreggono più nulla, sicuramente non è il mio ambiente. L’animale non si muove, non si presenta, non si palesa, ho la sensazione che comunque sappia perfettamente che tipo di animale io sia per lui, ho come l’impressione che in parte mi tema, o forse solamente mi rispetti, allora decido di rispettarlo, anche se non lo ho mai inquadrato negli occhi, o in faccia, sempre che la abbia, una faccia.

Stimo la grandezza della piazza in un paio di ettari, e considero, io ho gli occhi, e i miei lo vedono decentrato, verso un lato della piazza, vicino ad una colonna tronca, forse romana. Probabilmente il mio osservarlo, al caldo, al sole, lo ha interdetto, probabilmente sta bene al sole, mentre io mi abbronzo, lui rimane viscidamente chiaro, sotto quella peluria, e non posso pensare che sia la prima volta che vede il sole, ho l’impressione che ci stia benissimo.

Ad un tratto l’animale scatta, si porta dietro la colonna, ma non per nascondersi a me, è come se stesse cercando di mettersi al riparo dalla vista di qualcuno che io, in lontananza, ancora non vedo, ricordo i suoi movimenti, gli arti che si alternavano, non come quelli del cavallo, piuttosto come quelli del granchio, è stato velocissimo, tanto che non ho avuto nemmeno il tempo di poterne avere paura.

L’animale. Questo mi ha preoccupato, se non si è mai evoluto, è nato perfetto direi, ma il suo scopo quale potrebbe essere, lo scoprirò, presto, lo sento. Cerco di contare le colonne, cerco di osservare se guarda e dove guarda, e decido di improvvisare, mi sposto dietro la colonna più vicina a me, e mi posiziono come è posizionato lui, guardando nella direzione opposta a me. Allora vedo i suoi occhi, allora scorgo la bava che  esce sotto i suoi occhi, presumibilmente dalla bocca, e ne scorgo l’organo riproduttivo, o almeno presuppongo che sia quello. Ad un tratto delle voci, due ragazze, della mia specie, non della sua, esattamente provenienti dalla direzione che l’animale pareva voler controllare, che le avesse sentite prima di me era evidente. Due ragazze si avvicinavano alla sua colonna, io istintivamente, cercavo di stare al riparo dalla loro vista, senza sapere il perché.

Le ragazze erano vestite, l’animale no, lui era nudo, due ragazze semplici per i miei canoni di semplicità, un’età in cui sicuramente non potevano essere vergini, e qualche accorgimento estetico che sicuramente dava loro la certezza di essere più attraenti, direi dai venti ai venticinque, la loro età, dei pantaloni molto corti e stretti, e, più si avvicinavano più avevo l’impressione che la loro normalità sarebbe stata un grosso imbarazzo per l’animale, che osservavo, nascosto alla loro visuale, ma perché? Che fosse un animale in caccia? Rabbrividisco, il suo organo riproduttivo cresceva a dismisura a mano a mano che le ragazze si avvicinavano alla colonna. Un attimo, solo un attimo, mentre guardavo l’animale, e contemporaneamente cercavo di guardare le due ragazze, stavo per farmi vedere e urlare loro di stare attente, o di scappare, o di avvicinarsi a me come se io potessi proteggerle, un sibilo dietro la mia testa, e mi ritrovo con la faccia in terra, un dolore fortissimo alla testa, sbatto il naso malamente mentre cado, ma non voglio svenire, non posso svenire, le ragazze, ora lo so, sono in pericolo. Sento il sangue scorrere dal mio naso, e lo vedo sulla piazza, calda anche del mio dolore fortissimo. Istintivamente, ma senza potere muovere le braccia, giro la testa verso l’animale, verso le ragazze, non riesco a urlare, non riesco a piangere. L’animale, gli animali, ora sono tanti, immagino uno per  ogni colonna, quello che ha appena colpito me si attarda, come se cercasse di capire se io fossi una minaccia per lui, non sembrava preoccupato della mia sorte, poteva avermi ucciso, non sembrava che i suoi occhi patissero vergogna, i suoi occhi, la sua bava, il suo respiro affannoso, ora sentivo il respiro affannoso di tutti gli animali, insieme.

Le ragazze vedendoli iniziano a sorridere, e questo mi sembra impossibile, gli animali non potevano, soprattutto in quelle condizioni, con il sesso che protrude in evidente attesa di accoppiarsi, la bava e il respiro così schifosamente libidinoso, non potevano farle sorridere, le ragazze, ora, sono davanti agli animali, al branco. Allora quell’animale che non poteva esistere, e che io non potevo immaginae, era davvero li, presente, ma loro, le ragazze, non lo vedevano come era.

La violenza del branco fu inaudita, le ragazze smisero di ridere, iniziando a contorcere i corpi per difenderli degli atti sessuali più ignobili, loro, che conoscevano solo l’atto dell’amore, si son trovate violate, scoprendo un sentimento nuovo, quello dell’animale. Più volte la loro anima è uscita dal loro corpo, per rientrare istintivamente, ma solo per constatare che, istante per istante, stava morendo. Le ragazze non opposero resistenza, morendo dentro, dopo pochi istanti. L’animale, gli animali, hanno lasciato i loro sentimenti, i loro sogni, le loro speranze affianco ai loro corpi, sulla piazza rovente. Le ragazze, ormai sole, si  abbracciavano, senza lacrime, io piangevo al loro posto, immobile, sulla piazza, a poca distanza da loro, impotente, il branco aveva ancora ricordato che l’evoluzione è sempre in ritardo, e l’animale è uomo.

 

Cesare

 

15 Settembre 2016