La grotta

Racconti

04/05/2016

La Grotta

 

Potrei scrivere di una grotta sotterranea, il cui accesso è a me noto, e a voi segreto.

Nella grotta le classiche torce di legno, con sulla punta un vecchio straccio imbevuto di petrolio, che brucia illuminando anche le ombre, due anelli, uno piccolo e uno più grande, che, conficcati nel tufo, reggono quel legno che indica la strada. L’ingresso della grotta, a me noto, è un sifone con uno stretto passaggio, dove, in tempi antichi, antiche genti han scavato dei gradini. Quell’ingresso, ben nascosto dalle fitte foglie di alloro non curato, porta in un buio illuminato.

Sono diventato alto, rispetto ai miei predecessori, o forse il passaggio è stato scavato in quel modo solo per non permettere ad un numero corposo di genti di attraversarlo velocemente, un po’ come si fa quando si risponde piano a tante domande imbarazzanti.

Di fatto mi devo inchinare per attraversarlo, e penso che una forte pioggia potrebbe anche tappare quel passaggio, isolando ancor di più la grotta, ma raramente piove così forte e con molta frequenza sopra l’alloro che nasconde l’ingresso della grotta. Riesco a malapena a stare dritto, il primo corridoio è lunghissimo, e in discesa, una discesa molto accentuata, cerco di ricordare se all’ingresso della grotta sale una montagna, o una collina o il terreno rimanga in piano, ma non ricordo, o forse non so, o forse non ci ho mai fatto caso pur avendo visto, un po’ come si fa quando assisti ad una lite stupida ma non ti vuoi immischiare.

Non mi chiedo nemmeno, percorrendo il corridoio, chi abbia deciso la distanza tra le varie torce, è semplice, io stesso le avrei messo a quella distanza, appena ne passi una vedi in lontananza l’altra e, lievemente illuminato, il percorso. Il percorso è di terra, battuta dai passi di mille genti, se mi levo le scarpe son sicuro di sentire il pietrisco consumato da chissà quali sandali, da quale cuoio, da quale pelle di chissà quale animale, o semplicemente da piedi scalzi, antichi, ma non mi levo le scarpe, un po’ come chi aspetta che il the si raffreddi sapendo di scottarsi.

Dopo parecchie torce arrivo in un grosso spazio, largo, ma basso, più basso di me, con delle colonne, posizionate come se chissà quale ingegnere abbia deciso che solo in quella posizione nulla sarebbe crollato, allora ho immaginato che davanti all’ingresso della grotta il terreno diventasse montagna, e dalla montagna nascessero fiumi, i quali, incanalavati nel terreno, fanno sgorgare acqua fresca a chi, nella grotta, ne avesse bisogno, un po’ come sperare, da assetati, in un fresco bicchiere di birra alle sette di sera dopo una giornata al mare in una spiaggia deserta, nella quale, per arrivarci, hai camminato due ore.

Le torce, in quella specie di androne, o di camera di accoglienza, o di stazione di smistamento per antichi poco alti, erano posizionate in modo che nessun lato delle colonne rimanesse mai in ombra, e i giochi di luce che facevano sembravano studiati da un architetto, come anche gli incavi che circondavano il perimetro quadrato di quello spazio, incavi che sicuramente servivano per sedersi, e ho immaginato antichi, bassi e anziani, seduti, che decidevano, magari solo con pochi sguardi, del destino di altri antichi bassi, magari antagonisti per cibo, territorio, donne, un po’ come succede con le banche, ai tempi odierni, con i malcapitati investitori, o correntisti.

Oltrepasso quello spazio, immaginando rumori gutturali, magari di disperazione, chissà come piangevano, se piangevano, gli antichi, bassi, che han vissuto nella grotta, e proseguo imboccando l’unica via possibile, in lontananza una torcia, e dei riflessi, si continua a scendere, calcolo una ventina di centimetri ogni due metri, più o meno, in fondo vedo che i riflessi sono dati da una piccola pozza di acqua, ma sono sotto la torcia, e la potenza della sua luce mi leva parecchia visuale, un po’ come quando si cerca di guardare la stella polare dal centro di una città. Mi inchino, le ginocchia, nonostante i pantaloni, sentono il pietrisco, son stato stupido a pensare di non riuscire a scoprire la sensazione che hanno provato le antiche genti che, giorno dopo giorno, hanno appiattito quel terreno al loro costante passaggio, e il suo pietrisco appuntito. Rimango inchinato, lascio andare il peso del mio corpo sulle ginocchia, sollevando i piedi, un po’ per tornare alla realtà dei tempi antichi, un po’ per evitare di vergognarmi di non essermi levato le scarpe, almeno per poco, durante la discesa. Dondolando sulle ginocchia doloranti allungo le mani, cercando di capire se il riflesso sotto la torcia mi regalasse acqua pura, o una pozzanghera, o chissà cosa. Ma un attimo prima di sfiorare quel riflesso mi rendo conto di quanto sia contro natura infilare le dita, o un dito solamente, o la mano, o magari tutto il braccio in un posto buio, dove solo un riflesso fa vedere che non c’è del terreno, ma del liquido, un po’ come fare il bagno in un lago, di notte.

Proseguo nel cammino lasciando alle mie spalle il riflesso sotto la torcia, immagino però il pensiero del riflesso, mentre mi dirigo scendendo verso la prossima torcia, il riflesso si chiede: chissà a quale temperatura corporea io avrei bagnato la mia mano, oppure mi chiedo se mi considera fortunato, perché dentro se stesso, il riflesso, nascondeva una strana creatura che avrebbe gustato le mie dita, o la mia mano, o magari tutto il braccio. Un po’ come quando in un rave party sei circondato, e nascosto da migliaia di persone, e non sei più nessuno. Con le ginocchia ancora doloranti, tenendo le mani nelle mani come a difendermi da quel riflesso, mi rendo conto che sto camminando senza più scendere, la prossima torcia infatti è nella direzione dei miei occhi, e non più in basso come fino ad ora è stato.

Quella torcia sembrava lontanissima, ma non potevano aver fatto un errore tanto grossolano, quasi non si vedeva il percorso, allora accelero, cerco di raggiungerla prima possibile, in quella grotta senza il tempo, il cui percorso sembrava beffarsi delle mie scarpe, vedevo la luce sempre più fioca nonostante ne fossi sempre più vicino. La torcia non era lontana, era solamente molto bassa come intensità, allora la guardai attentamente, cercando di capire se il suo legno, ignifugo come quello di tutte le torce, fosse più sottile di quello delle altre, e quindi il straccio meno corposo, ma non notai differenze, almeno apparenti, un po’ come quando guardi il gelato della tua vicina di panchina, e cerchi di capire se sia uguale al tuo, o più consumato, o magari anche più buono.

Sotto quella torcia nessun riflesso. Oltre quella torcia più nessuna torcia. Quella torcia, nella grotta, stava per smettere di fare luce, allora istintivamente inizio a chiedermi, ma queste torce, chi le ha accese, quando, perché, e come mai a me è noto l’ingresso della grotta e a voi no. La torcia in quel momento smette di emettere qualsiasi luce, e solo in quel momento realizzo che anche le precedenti torce non facevano più luce, un po’ come quando esci fuori strada con la macchina e ti rendi conto che manca solo un attimo all’impatto con qualcosa, solo che non vedevo quel qualcosa. Non vedevo nulla. Solo, ero solo, solo fin dall’inizio, perché solo e me è noto l’ingresso della grotta, e a voi invece no, quindi voi non ci siete, ci sono solo io. Nella grotta. Al buio.

Solo allora decido di non tornare.

E solo allora decido che la pozzanghera non mi avrà, non avrà ne le dita, ne la mano ne il braccio, e, ancora meglio, decido che non essendo la torcia sopra la pozzanghera accesa, la pozzanghera stessa non esista più. Non provo nemmeno a tornare indietro, fino alle foglie di alloro che coprono l’ingresso della grotta, e considero che probabilmente vivrò bene nella grotta, al buio, e che forse, in quella grotta ci son sempre stato, solo, al buio. E finalmente mi sento bene, un po’ come quando muori e credi che esista la vita oltre la vita.

 

Cesare

 

4 Maggio 2016