La metro

Racconti

13/04/2016

La metro

 

Il vecchio sembrava appoggiato al seggiolino della metro, come se qualcuno lo avesse messo li con cura. Il suo capo, leggermente chino, sembrava intimasse un silenzioso rispetto, si vedeva la sua stanchezza. Era sera, una sera buia, la penultima corsa era appena partita, deserta, il vecchio sarebbe stato il mio compagno di viaggio in quella sera, calda, di scirocco, ma buia. Io, appena salito, e il vecchio.

La mattina presto, invece, quando, le scuole sono aperte, c’è un movimento maggiore sulla metro, ma il massimo numero di passeggeri nella metro si ha a metà mattina, quando gli studenti rientrano a casa.

Quando le scuole sono chiuse invece la metro è quasi deserta, bazzicata da qualche personaggio noto, già visto, e da qualche sconosciuto in compagnia di qualche altro sconosciuto, nulla che possa far pensare alla piazza del paese la domenica dopo la messa. Ogni tanto si vede qualche cicatrice, sui qualche volto meno fortunato, oppure qualche capello tinto, malamente, con colori che spaziano tra il biondo sporco e il castano ruggine.

Le corse del mattino trasportano sulla metro, per brevi tratti, ambulanti con i loro carrelli pieni di denaro, per la mafia, e pochi sogni di una vita decente. Le corse serali invece li riportano nelle loro case, case, spesso, senza intimità.

Quella sera il vecchio, poggiato al seggiolino, era già seduto nella direzione di marcia, ho supposto si fosse seduto appena salito, perché quando la metro è arrivata, per poi invertire rotta, lui era già così. Il macchinista, che solitamente cambia posto di guida passando dentro il mezzo, quel giorno fece il giro all’esterno, forse perché faceva caldo, forse per fumare una sigaretta, o forse per avvisare i suoi figli che presto sarebbe tornato a casa, per salutarli, prima che si addormentassero.

Faccio distrattamente il biglietto tramite un messaggio sul cellulare, e penso al vecchio, magari non ha mai avuto un telefono, magari non ha mai avuto un biglietto, cercavo di guardare i suoi movimenti, c’è sempre un po’m di curiosità in ogni ambiente, anche se già visto. Invece nulla, immobile, ma magari la sua staticità dipendeva dalla sua stanchezza, forse era la fine di una giornata di visite ad amici, o a qualche parente.

La distanza dal vecchio non era molta, ma la sua posizione non mi permetteva di osservare meglio, potevo solo immaginare, inventare, aspettare. Pochi lunghissimi minuti e la metro chiude le portiere, interrompendo quel fastidioso e continuo allarme che persevera e arriva fino a dentro le case vicine, ma che comunque disturbava sicuramente me, distogliendo inconsciamente me dall’osservare attentamente il vecchio.

La metro, alle venti e trentatré puntuali, parte, senza sbuffare e con un caratteristico rumore di motori elettrici,  e di rotaie. Il primo tratto è perfettamente pianeggiante, saranno comunque sette minuti, fino alla prima fermata, di un percorso vario, più o meno veloce e soprattutto con delle curve verso destra, aspettavo che il vecchio si muovesse, ma la metro è partita dolcemente e non ho fatto caso ai suoi movimenti. Mancava poco alla prima curva, ma mi son reso conto subito che la curva a destra, col vecchio poggiato verso la destra, non avrebbe di certo, a quella velocità, minimamente dato delle risposte alle mie curiosità, così fu, a parte un leggero movimento sussultorio della metro che però ha fatto muovere anche me, impossibile quindi stabilire se la stanchezza del vecchio fosse tanta o nessuna.

Gli scambi vicino alla prima fermata però mi levarono qualche dubbio, la metro rallentò e per cambiare binari fece sussultare a destra e sinistra sia me che il vecchio, il vecchio sembrò riprendere il suo baricentro da solo, fu come se mi fossi levato un peso, altri sussulti, fino alla fermata, si aprono le porte, inizia il fastidioso allarme che segnala le porte aperte, sembra non salga nessuno, invece da dietro vedo due ragazzi, molto consumati, che prendono posto in fondo, lontani da me, lontani dal vecchio, mi giro mentre si chiudono le portiere, immagino il vecchio che contemporaneamente si gira con me, e per un lungo istante osservo i due nuovi passeggeri, entrambi con delle scolorite maniche lunghe, che sembravano nascondere le più crudeli battaglie contro la vita.

Girandomi il treno riprese a muoversi, il vecchio no, ma tra poco la curva sarebbe stata verso destra, in un principio di salita, e in quel tratto la metro avrebbe sussultato maggiormente. Ecco il momento tanto atteso, la metro sembra accelerare ma si ferma di scatto, il vecchio, che sembrava messo li, con cura da altri, fece un movimento del busto, il capo chino riprese la sua geometria in quel corpo stanco, e un istante dopo tornò alla posizione precedente  al sussulto. Non capivo. Ma ormai era il tormentone del mio viaggio di rientro a casa, solitamente controllo internet sul cellulare, o peso che a casa ci sia mia figlia, o magari penso solamente a me.

Per altre due fermate nessun movimento, e non mi son spostato di sedile per non essere inopportuno, o sembrare curioso, lo avrei potuto fare per capire. Alla quarta fermata i due nei sedili posteriori son scesi, silenziosamente come son saliti, imboccando l’ingresso dell’ospedale, e no, sicuramente non andavano a fare visita a qualche paziente, alle otto solitamente non le visite terminano, ed erano le venti e quarantaquattro. Ora eravamo in tre, compreso il macchinista, a viaggiare verso la fine della serata, in quell’umido, in quella metro, dentro quello scirocco.

Stava per arrivare la mia fermata, al penultima, magari il vecchio scende con me, o magari arriva fino in fondo, lo scoprirò tra pochi minuti, dopo la fermata successiva, appena chiuse le portiere e la metro inizia a muoversi, quasi indolenzito dalla mia posizione, mi alzo, sarei dovuto scendere tra due minuti, e mentre la metro scorreva velocemente sulle rotaie, fingendo sussulti inesistenti, facendo come tarzan ma con le maniglie del mezzo, oltrepasso il vecchio quasi cercando di non guardarlo, arrivato un metro oltre mi fermo, fine metro, ora mi posso girare, distratto.

Il vecchio aveva gli occhi sbarrati, non capivo, non sono abituato, ma in un attimo mi rendo conto che a viaggiare sulla metro ero da solo, il vecchio aveva deciso di finire di tribolare sulla metro, come se sapesse che stesse arrivando il suo momento, il momento di iniziare invece un viaggio nuovo, ha discretamente deciso di disturbare meno possibile, e c’è riuscito.

Il vecchio mi ha regalato delle certezze, mi ha messo a nudo davanti alla malinconia del restare soli, ma mi ha regalato l’orgoglio di non dipendere da nessuno e la forza di andare avanti.

Il vecchio e la metro. La vita che scorre.

 

Cesare

 

13 Aprile 2016